Dopo la presa di posizione di Crt, che si unisce al patto Caltagirone-Del Vecchio, lo scontro con Mediobanca per il nuovo board del Leone è quasi certo. Si arriverà in assemblea, ma prima potranno esserci schieramenti degli altri azionisti, tra cui Benetton e Boroli-Drago

Un poco alla volta, sale la temperatura alle Generali. La prima compagnia assicurativa italiana è sempre più teatro di uno scontro tra gli azionisti forti. Da una parte il blocco di Mediobanca, socio al 12,9%, che chiede continuità a cominciare dalla riconferma dell’attuale ceo, Philippe Donnet. Dall’altra l’asse Caltagirone-Del Vecchio, ambedue azionisti di Piazzetta Cuccia (3 e 19%) ma soprattutto ispiratori e spina dorsale del blocco alternativo, un patto parasociale che vale circa l’11% del Leone. Obiettivo, nemmeno a dirlo, redigere una lista di consiglieri alternativa a quella che a breve dovrà stilare il cda uscente.

Ora il fronte si rafforza con l’1,23% di Fondazione Crt, che si è unita al patto di consultazione fra Caltagirone e Del Vecchio. Con l’arrivo dell’ente torinese, nonché con gli ultimi acquisti dei due grandi soci privati della compagnia triestina, l’accordo parasociale sale al 12,334% del capitale di Generali. “Aderiamo al patto per partecipare attivamente al piano industriale e all’elaborazione di una politica di maggiore sviluppo e creazione di valore del gruppo” ha spiegato all’Ansa il presidente della Fondazione Crt, Giovanni Quaglia. “La nostra idea è di costruire, non di distruggere”. Ma non è finita qui. La temperatura è destinata a salire ulteriormente. Restano ancora coperte le mosse dei Benetton, che hanno in mano un’ulteriore quota del 3,9%, ma molti li danno propensi a unirsi al patto “ribelle”, e della famiglia Boroli-Drago, che dovrebbero schierare il loro 1,7% con Mediobanca e Donnet.

La posizione di Donnet, nonostante questi movimenti, resta solida.  Martedì scorso otto consiglieri sui dodici convocati hanno accolto con favore la disponibilità del manager francese al terzo mandato nel caso di una lista del board. A questo punto il rischio di arrivare alla conta dei singoli voti in assemblea – con i fondi al 40,3% e gli investitori privati al 23,6% – è concreto. Una cosa è certa, da Roma comincia a trapelare una certa preoccupazione per il futuro del Leone. L’imperativo per il governo è garantire l’indipendenza delle Generali e non è un caso che la Consob, la commissione di vigilanza sulle società quotate, abbia avviato una verifica sull’effettiva indipendenza di alcuni consiglieri cruciali per il rinnovo del board, in scadenza la prossima primavera.

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