Bisognerebbe incominciare a valutare la possibilità che in certi casi aziendali che presentino prodotti ancora validi sul mercato, in determinate zone del Paese classificate come “aree di crisi industriali complesse” e in settori considerati strategici per l’industria nazionale o per alcune sue filiere, entri in campo un soggetto di gestione pubblica. Sia pure temporanea, ma che assicuri la continuità produttiva aziendale. Federico Pirro, Università di Bari, analizza la situazione della Gkn di Campi Bisenzio

La decisione del giudice del lavoro di Firenze che ha annullato la procedura di licenziamento collettivo dei 422 dipendenti dello stabilimento della Gkn di Campi Bisenzio, accogliendo parzialmente il ricorso della Fiom Cgil – che aveva evidenziato il mancato rispetto delle procedure di consultazione previste dalla legge 223/1991 – ha indotto l’azienda, riservatasi comunque il ricorso contro tale sentenza, a ritirare i licenziamenti, confermando però con assoluta chiarezza la chiusura del sito.

In sostanza, il Tribunale ha contestato alla società il mancato rispetto nella vicenda di una precisa procedura di consultazione con il sindacato, privato della facoltà di interloquire sul processo decisionale dell’azienda – facoltà riconosciuta e codificata in una legge dello Stato italiano dal 1991 e da allora rispettata in tante crisi da tutte le parti che vi sono state coinvolte – ma nel merito della decisione della Gkn non ha potuto eccepire trattandosi, in una economia di mercato quale è quella italiana, di una decisione legittima.

I sindacati e i lavoratori, pur soddisfatti per la sentenza del Tribunale, hanno chiesto allora l’intervento del governo nei confronti dell’impresa per indurla a revocare una decisione che peraltro non sembrerebbe, per quanto si legge sulla stampa, ben supportata da un’analitica esplicitazione dei dati di contabilità industriale. La produzione di semiassi nella fabbrica da dismettersi era ormai strutturalmente in perdita? O si è trattato negli ultimi tempi di una flessione di redditività temporanea, magari per una o più commesse poco remunerative? Ed ancora: gli impianti della fabbrica sono obsoleti e per giunta con un’organizzazione del lavoro rivelatasi non più adeguata ad un ritorno in bonis del Mol-Margine operativo lordo? E il break-even dello stabilimento come si configurava a luglio scorso, quando se ne è annunciata la dismissione? Vi era forse un eccesso di costi indiretti sui costi diretti? O si registravano squilibri finanziari per sfasamenti fra tempi di pagamento dei costi e tempi di incassi dei ricavi? O, al contrario, si era in presenza di margini di utile esistenti, ma ritenuti insufficienti rispetto alle attese della proprietà che, com’è noto, appartiene a un fondo di investimento come il Melrose Industries che sembrerebbe agire più secondo le logiche proprie di un soggetto finanziario (pienamente legittime, intendiamoci) che non secondo quelle di una proprietà industriale? E poi, si vorrebbe trasferire la produzione in altri Paesi per un diverso regime di costi, in primis del lavoro, e poi di altri fattori della produzione?

Ma insomma si potrebbe discutere nel merito tecnico-finanziario di tutto questo a un tavolo ministeriale che impegni anche i sindacati (e i loro consulenti, se esistenti) in una analisi rigorosa della situazione aziendale per studiare e proporre soluzioni che, incidendo su tutta la costistica e l’organizzazione produttiva del sito, ne recuperino o ne accrescano la redditività?

Il governo, lo sappiamo, sta studiando il provvedimento normativo che punta a scoraggiare le delocalizzazioni, o a mitigarne al massimo gli effetti negativi. Vedremo quale sarà la soluzione legislativa che ne scaturirà. Tuttavia, augurandosi che (finalmente) in Italia si definisca a livello di esecutivo e in Parlamento, entrando poi rapidamente a pieno regime, un moderno sistema “universale” di ammortizzatori sociali che con un reddito di “vera cittadinanza” accompagni i lavoratori colpiti da dismissioni aziendali da un’occupazione ad un’altra, anche attraverso corsi di riqualificazione – il ministro Orlando e il governo con lui l’hanno dovuto rinviare al prossimo anno per individuare la copertura dei costi elevati di un nuovo sistema che le aziende non vogliono sostenere oltre i livelli attuali – bisognerebbe incominciare a valutare (secondo lo scrivente) la possibilità che in certi casi aziendali che presentino prodotti ancora validi sul mercato, in determinate zone del Paese classificate come “aree di crisi industriali complesse”, e in settori considerati strategici per l’industria nazionale o per alcune sue filiere, entri in campo un soggetto di gestione pubblica, sia pure temporanea, che assicuri la continuità produttiva aziendale, nel mentre si cercano nuovi partner per i siti in cui ad interim si starebbe impegnando il soggetto pubblico. Le soluzioni tecniche per l’ingresso in campo di tale gestore potrebbero contemplare un affitto di ramo d’azienda, o l’affidamento in gestione fiduciaria da parte del soggetto dimissionario, o altre formule ancora.

È un tema molto complesso quello appena accennato, ne siamo pienamente consapevoli, e da affrontare senza alcuna indulgenza alla demagogia e in esclusive logiche di mercato, da perseguirsi però da parte di un capitale “paziente”. Ma è giunto il tempo del coraggio e della capacità di visione, senza indulgere ancora in discussioni oziose e ormai insopportabili sull’adozione del green pass, dove, da quando e per chi.

 

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