Fedele alle ambizioni della Global Britain, il governo di Londra ha presentato la National Space Strategy. Riconosce lo Spazio quale grande opportunità di sviluppo economico, ma anche quale crescente dominio di confronto internazionale. Per Marcello Spagnulo, ingegnere ed esperto aerospaziale, il nuovo documento “si inserisce nel quadro delle alleanze tecnopolitiche che si stanno definendo, tra Aukus e Quad”

Il Regno Unito ha da ieri la sua “National Space Strategy”. Il documento (42 pagine) definisce il livello d’ambizione (particolarmente elevato) di Londra oltre l’atmosfera e “non fa che confermare come stia davvero perseguendo un’evoluzione tecnologica nello Spazio strumentale ai propri interessi geopolitici”, spiega a Formiche.net Marcello Spagnulo, esperto e ingegnere aerospaziale. Rappresenta infatti solo “una tessera del puzzle” che ha origine con la Brexit (anche spaziale) e arriva fino alla recente intesa sui sottomarini con Stati Uniti e Australia.

LA STRATEGIA DI LONDRA

La National Space Strategy è il frutto del lavoro di due dicasteri: Difesa e Business e strategia industriale (equivalente del nostro Mise), elemento di per sé già indicativo, “a riprova della strategicità dello Spazio e della necessità di una forte integrazione tra i temi militari e quelli delle applicazioni commerciali”, nota Spagnulo. Sono definiti cinque obiettivi e quattro “pilastri” per raggiungerli. In particolare, si punta a far crescere l’economia spaziale nazionale (oggi stimata in 16,4 miliardi di sterline l’anno per 45mila occupati), promuovere i valori della Global Britain, guidare la ricerca scientifica inspirando la Nazione e “proteggere e difendere i nostri interessi nazionali nello e attraverso lo Spazio”.

I “PILASTRI” SPAZIALI

Per farlo, ecco i quattro pilastri letti da Spagnulo: “Lo sblocco delle industrie (Pmi e grandi) per la crescita nel settore spaziale; la collaborazione a livello internazionale (cioè Usa); l’avanzamento scientifico e tecnologico del Regno Unito; lo sviluppo di capacità e di servizi spaziali resilienti, cioè nuove generazioni di satelliti e razzi”. Significativi alcuni obiettivi più specifici, a partire dal lancio, programmato il prossimo anno, del prima volo da uno spazioporto nel territorio nazionale. Si prevede anche la creazione di un “National space operations centre” a carattere militare e civile. Per raggiungere tutto questo la strategia rilancia la logica sistemica, una chiamata a raccolta per tutti gli attori del settore, pubblici e privati, militari e civili. “Il Regno Unito – rimarca Spagnulo – punta a integrare i punti di forza nazionali nella scienza, tecnologia, difesa, regolamentazione e diplomazia”.

ALLEANZE TECNOPOLITICHE

Ampio anche il capitolo delle collaborazioni internazionali, che cita ovviamente la membership di Londra all’Esa, dando però risalto alle collaborazioni bilaterali con Stati Uniti, Giappone e Australia. D’altra parte,  spiega Spagnulo, “nel recente patto Aukus la questione centrale dei sottomarini è solo il perno di un’alleanza militare e industriale che ho già definito tecnopolitica, in cui i sistemi spaziali e quelli cibernetici saranno fondamentali per le forze armate”. Difatti, ha rimarcato l’esperto, “anche nel primo incontro di persona tra i leader del Quad a Washington si è parlato di spazio per le preoccupazioni di Stati Uniti e Giappone sugli sviluppi cinesi”.

Preoccupazioni condivise anche dal Regno Unito, la cui nuova Space Strategy “va inserita in questo quadro di alleanze tecnopolitiche”, nota Spagnulo. Poche settimane fa, ha ricordato l’esperto, “la commissione Difesa della Camera dei comuni ha tenuto un’audizione molto interessante nella quale il capo della Space Agency ha di fatto concordato con i parlamentari della necessità di avere uno Space Minister nel gabinetto del primo ministro, data la sempre maggiore rilevanza dei sistemi spaziali nel tessuto commerciale e militare del Paese”.

GLOBAL BRITAIN…

Attesa da tempo, la Space Strategy discende direttamente dalla “Integrated Review – Global Britain in a Competitive Age”, il documento presentato a marzo da Boris Johnson che ha rilanciato le ambizioni di Londra sulla scena internazionale. Evidenti anche le interconnessioni con il “Defence Paper”, firmato poco dopo dal ministro Ben Wallace, che ha posto forte l’accento sull’innovazione tecnologica nei nuovi domini operativi, spazio compreso.

Nella Space Strategy è dunque rilevante la componente “Defence”, con l’obiettivo di dotare lo strumento militare di un “portafoglio bilanciato di difesa spaziale”. L’attenzione è sull’intera pletora di elementi che sono coinvolti nel dominio, dai nuovi sistemi di telecomunicazioni satellitari all’osservazione della Terra, dal monitoraggio dallo Spazio agli strumenti aumentare la resilienza degli assetti extra-atmosferici. Maggiori dettagli su questo arriveranno dalla “Defence Space Strategy”, che il governo dovrebbe pubblicare entro la fine dell’anno.

…E SPACE DEFENCE

Intanto, nella strategia si cita lo UK Space Command, ufficialmente inaugurato lo scorso 30 luglio dal ministro per il procurement militare Jeremy Quin. Ha sede presso la base aerea di High Wicombe, una cinquantina di chilometri a nord-ovest di Londra, ed è guidato l’Air vice marshal Paul Godfrey. Si configura come comando “joint”, con personale in arrivo da tutte le Forze armate e lavora su tre aree: operazioni spaziali; addestramento e crescita del personale; capacità e programmi di sviluppo. Insieme al laboratorio per la ricerca avanzata (Dstl) e allo Strategic Command è inoltre chiamato a lavorare per “assicurare l’integrazione multi-dominio tra i vari ambienti”, evoluzione ormai incontrovertibile per gli affari militari.

SISTEMI AVVENIRISTICI

“Molto interessante – spiega Spagnulo – che il documento citi non solo l’importanza dei dati satellitari per aiutare il monitoraggio ambientale supportando le industrie a raggiungere basse emissioni per un futuro più sostenibile, ma anche che i sistemi di energia solare dallo spazio (Space Based Solar Power) offriranno una potenziale fonte di energia a zero emissioni di carbonio”. Spagnulo ne ha parlato nel libro del libro Geopolitica dell’esplorazione spaziale (Rubbettino, 2019), identificando tali sistemi “dall’apparente forma avveniristica, come uno dei driver futuri della corsa tecnologica allo spazio e alla nuova industria spaziale”. Stati Uniti e Cina “ci lavorano da anni; la navetta del Pentagono X-37B trasporta un modulo fotovoltaico per la raccolta di energia solare e la conversione in radiofrequenza a microonde per l’invio a terra”. La Cina “sta progettando un nuovo razzo per costruire un’enorme centrale solare in orbita geostazionaria”.

Ora ci sta pensando anche il Regno Unito. “Sarebbe sbagliato pensare a queste progettualità come lontane o irrealizzabili solo perché ci si pensa per sostituire tout-court le attuali centrali elettriche”, afferma l’esperto. “Si tratta invece di tecnologie evolutive che possono trovare forme applicative inizialmente ridotte, ma foriere di sviluppi dirompenti”. In fondo, ha concluso, “è questo che si richiede a una strategia spaziale: visione, ambizione e realismo politico; una lezione per il nostro Paese e per l’Ue, la cui irrilevanza spaziale sembra acuirsi nello scenario mondiale”.

Condividi tramite