La domanda oggi è come, se e quanto i partiti, che mostrano forti rigurgiti di dilettantismo, sapranno accompagnare e assumere finalmente un ruolo serio e attivo nella attuazione dell’agenda di governo. Settembre, mese legato alle fibrillazioni della campagna elettorale per le elezioni amministrative di ottobre e per quelle legate ai giochi in funzione della prossima elezione del Presidente della Repubblica, è un banco di prova. Il commento di Luigi Tivelli

Nei giorni scorsi qualche osservatore e anche il presidente di Confindustria Carlo Bonomi dal palco del meeting di Rimini hanno evidenziato il rischio che da settembre, per le fibrillazioni legate alla campagna elettorale per le elezioni amministrative di ottobre e per quelle legate ai giochi in funzione della prossima elezione del Presidente della Repubblica, si possa intaccare o smarrire l’agenda politica impostata da Mario Draghi per il rilancio del Paese.

Nella vita politica di ogni Paese, come insegnano anche i grandi scienziati politici e come ho appreso tra gli altri dal mio maestro americano e co-autore di un libro (Stati uniti: Italia e Usa a confronto, Rubbettino), Joseph La Palombara, per tanti anni preside della facoltà di Scienze politiche dell’università di Yale, vince chi è in grado di dettare l’agenda. Non c’è alcun dubbio che in questa fase a dettare l’agenda in Italia è il Presidente del Consiglio Mario Draghi. La sua agenda è scandita dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che durerà per 6 anni, fatto di vari step, di target e per il quale è stato apprestato un preciso e attento monitoraggio. Una road map serrata in cui non si può mancare nessun passaggio, anche per scongiurare il rischio di non incassare le varie tranche di fondi Ue dopo che è arrivata nelle scorse settimane la prima tranche di 24,9miliardi. Un Piano in cui svolgono un ruolo fondamentale le riforme, che dovranno essere ben 63, di cui 23 già entro il 2021.

Già sono state approvate le riforme della Pubblica amministrazione, la riforma della giustizia, le semplificazioni, la riforma degli appalti, ma la Road Map può essere piena di ostacoli, come già si è visto nelle scorse settimane. E infatti, come è ben noto, l’impuntatura dei 5 Stelle, ampliata dalla leadership dell’ex premier Giuseppe Conte sulla riforma della giustizia penale ha causato nelle scorse settimane tra gli altri aspetti il rinvio a settembre della legge sulla concorrenza che secondo un serrato piano doveva essere approvata il 30 luglio e della legge di delega fiscale, che pur non essendo in senso stretto inserita nel Pnrr è giustamente un impegno programmatico di Draghi.

Il quadro politico è tale che mentre Draghi detta l’agenda e pilota l’attività di governo in un quadro di grande rispetto verso il Parlamento, i vari partiti sembrano distratti da ben altre cose e si mostrano, alcuni di essi, poco attenti a seguire l’agenda del governo, e nel contempo propensi a piantare bandiere e bandierine che possono ostacolare il cammino del Pnrr e l’immagine del Paese rispetto all’Europa, con il rischio di slittamenti e di arrivo in ritardo o mancato arrivo delle varie tranche dei complessivi 191 miliardi circa assegnati all’Italia per il Pnrr. Sembra che il dilettantismo, che è il cromosoma di fondo dei 5 Stelle, si sia esteso per certi versi anche a vari altri partiti.

D’altronde quando alcuni anni fa Pino Pisicchio pubblicò il suo bel libro riferito alla classe politica dal titolo “I dilettanti” (Guerini e Associati) già non si riferiva solo ai 5 Stelle ma al nuovo dilettantismo diffuso anche in vari partiti che operano sull’agone politico. Pensiamo ad esempio al Pd di Enrico Letta, per il quale sembra che i temi prioritari siano il voto ai sedicenni, o lo Ius Soli, o la nuova tassa sulle successioni, e che dà sì un’adesione formale al governo Draghi, ma tiene in piedi le sue bandierine, come ha fatto ad esempio con la legge Zan che in alcuni punti invece dovrebbe essere cambiata.

Guardando a destra, tra i partiti che sostengono il governo, il Leader della lega Matteo Salvini (che pur ora si mostra più equilibrato e punta su qualche forma di federazione con Forza Italia di Silvio Berlusconi) continua a gonfiare la questione dell’immigrazione clandestina e ha fatto un andirivieni sulla questione del green pass, lasciando che importanti esponenti del suo partito andassero alle manifestazioni contro il green pass o addirittura dei no vax, distinguendosi su questo tema fondamentale, mentre quello del completamento della campagna di vaccinazione e della diffusione a tappeto del green pass è l’altro punto fondamentale dell’agenda di Draghi. A Giorgia Meloni e a Fratelli d’Italia non faccio cenno per carità di patria, essendo tra l’altro loro fuori dal quadro di maggioranza.

Vedremo a settembre come si comporteranno questi partiti quando sarà il momento di affrontare ed esaminare in Parlamento la legge annuale sulla concorrenza che Draghi ha ripristinato e che è un punto fondamentale del Pnrr (non solo perché ce lo chiede l’Europa), visto che i precedenti dimostrano che il Parlamento e i partiti non hanno mai amato la concorrenza: dal 2009 ad oggi, mentre doveva essere un adempimento istituzionale quello di una legge sulla concorrenza ogni anno se n’è fatta una sola che ci ha messo circa due anni ad andare in porto ed è giunta in porto molto sfibrata e limitata anche rispetto a un testo iniziale del governo che già non è che fosse molto coraggioso.

Il punto in sintesi è che, nonostante il governo Draghi sia nato per indicazione del Presidente della Repubblica non sulla base di una maggioranza politica in senso stretto, come, se e quanto questi partiti, che mostrano forti rigurgiti di dilettantismo, sapranno accompagnare e assumere finalmente un ruolo serio e attivo nella attuazione dell’agenda di governo.

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