Due notizie uscite sul giornale newyorkese raccontano di come americani e israeliani stiano facendo filtrare informazioni sull’Iran anche per mettere pressione a Teheran

Il New York Times ha due notizie bomba sull’Iran e viene da pensare che dietro alla rapida pubblicazione di certe informazioni ci sia un disegno — qualcuno che voleva farle uscire una dietro all’altra. Vediamo.

Il 13 settembre è stato pubblicato un articolo informato da fonti governative americane secondo cui l’Iran ha arricchito l’uranio al punto da essere vicinissimo alla Bomba. Il pezzo è cofirmato da un fuoriclasse come David Sanger, che insieme al collega William Broad ha parlato con funzionari solo come background, ma questi credono — dalle ultime valutazioni che hanno analizzato — che “è questione di mesi” prima che Teheran arrivi ad aver combustibile nucleare per armare una testata, spiegano i giornalisti del Nyt.

Nei giorni scorsi un report preparato dall’Institute for Science and International Security sosteneva che l’arricchimento di uranio in Iran nell’arco dell’estate è salito al 60 per cento, un passo appena sotto a quello per uso militare, e per portarlo al 90 richiesto dalle armi sarebbe stato necessario anche “meno di un mese”. Certo, c’è il problema di miniaturizzazione delle testate, su cui non è chiaro il livello tecnologico raggiunto dagli iraniani, ma le informazioni escono mentre i negoziati per ricomporre il Jcpoa sono sostanzialmente bloccati e non sono buone.

Il programma nucleare militare iraniano è ufficialmente inesistente e negato dalla leadership teocratica di Teheran (perché considerato fuori dalla dottrina), ma molte informazioni dicono il contrario. A questo però si lega la seconda notizia fatta uscire dal Nyt: il 18 settembre un altro cronista di primo piano, Ronen Bergman (insieme a Farnaz Fassihi) ha firmato un articolo basato su fonti israeliane e americane in cui ha ricostruito dettagli sull’uccisione dello scienziato Moseh Fakhrizadeh, considerato il capo del programma atomico degli ayatollah.

Nel pezzo ci sono dettagli sulla missione condotta dal Mossad qualche dozzina di chilometri fuori Teheran il 27 novembre 2020: il percorso che ha seguito il veicolo, un’auto con un finto guasto parcheggiata a uno svincolo con all’interno una telecamera per vedere se il target era in movimento, e la descrizione della mitragliatrice robotica che il commando dei servizi segreti israeliani ha usato per l’eliminazione. Si tratta di un’arma altamente tecnologica dotata di intelligenza artificiale e guidata in parte da remoto.

L’attacco contro Fakhrizadeh è stato studiato nei minimi particolari ed eseguito alla perfezione nel cuore del territorio iraniano, contro un target che viaggiava scortato da diversi anni – sebbene la scorta abbia avuto qualche buco. L’obiettivo del Mossad era quello di eliminare una figura considerata in cima alla lista dei nemici perché senza di lui il programma atomico clandestino – sulla cui esistenza Gerusalemme e Washington hanno pochi dubbi – avrebbe subito un colpo di arretramento. Che a quanto pare non c’è stato.

Quando notizie come queste uscite sul Nyt arrivano ai media è perché qualcuno ce le porta. Seguendo il micro-pattern dietro alla pubblicazione sembra possibile ricostruire un messaggio, come se qualcuno avesse voluto dire a Teheran: voi avete arricchito l’uranio fino ad alte percentuali, ma noi abbiamo la capacità di uccidere chiunque nel vostro territorio. La guerra informativa è parte delle dinamiche di confronto in questi contesti.

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