Il presidente francese annuncia l’uccisione di un leader jihadista dell’Is in Mali e Niger. La tempistica e il contesto dimostrano che Parigi vuole mantenersi forte nella sua sfera d’influenza africana

Adnan Abu alWalid alSahrawi, leader dello Stato islamico nel Grande Sahara, è morto. L’annuncio lo ho fatto direttamente Emmanuel Macron su Twitter, evidenziando che l’eliminazione del comandante baghdadista è frutto di un’operazione francese. L’annuncio segue una comunicazione singolare, sia perché di solito il presidente non si occupa personalmente di diffondere certe informazioni, sia perché al Sahrawi non è una figura così nota al pubblico mainstream.

Ma (come sempre) è il contesto che conta. Quello che Macron definisce “un grande successo” dell’esercito francese non si porta dietro ulteriori dettagli, ma è noto che Sahrawi e la filiale dell’Is che comandava sono attivi tra Mali e Niger, e dunque è lì che dovrebbe essere stato ucciso. Si tratta di due paesi in cui l’attività di counter-terrorism francese si è concentrata da anni attraverso l’onerosa operazione “Barkhane” (re-brand della precedente “Serval”). La Francia ha interessi diretti (per esempio la gran parte dell’uranio che usa per il proprio programma nucleare viene da tre giacimenti che si trovano nelle due ex colonie) e più in generale intende mantenere viva la relazione con la sfera d’influenza nella Françafrique.

Un’attività non semplice. La presenza di militari francesi non è ben percepita, il peso naturale del colonialismo è anche sfruttato a vantaggio di certe dinamiche politiche interne e usato come leva da interferenze esterne. Recentemente ci sono state manifestazioni in cui i cittadini chiedevano che i militari francesi lasciassero il paese. E venissero sostituiti dai russi. La giunta militare che guida il Mali (dopo il secondo colpo di stato in meno di due anni) ha connessioni con la Russia, così come alcuni dei leader politici maliani. Da qualche giorno si sa di un accordo di sicurezza che la leadership di Bamako avrebbe stretto con il Wagner Group, società di contractor militari molto vicina al Cremlino.

C’è in ballo un gioco di influenza che va molto oltre al contesto securitario. L’annuncio di Macron sull’uccisione di Sahrawi, capo di un gruppo sanguinario, sfrutta il tema sicurezza per entrare in una narrazione più ampia: la Francia è un partner affidabile e di valore per il Mali. “La nazione stanotte pensa a tutti i suoi eroi morti per la Francia nel Sahel nelle operazioni Serval e Barkhane, alle famiglie in lutto, a tutti i suoi feriti”, ha twittato Macron. “Il loro sacrificio non è vano”,  ed è un messaggio doppio, diretto sia a Bamako che all’elettorato francese, critico — in un’ottica puramente “France First” — sull’impegno africano. Elettorato da curare in vista delle elezioni.

La ministra della Difesa Florence Parly è parte in causa ed è entrata nell’offensiva mediatica: “La nostra lotta continua; questo è un colpo decisivo contro questo gruppo terroristico”, ha twittato. Voci sulla morte di al Sahrawi circolano da settimane, ma al di là della solita cautela su certi annunci (dovuta al fatto che i gruppi jihadisti sono chiusi ed è molto difficile recuperare informazioni precise), c’è quella tempistica descritta. Dell’accordo di sicurezza Mali-Russia sono circolate notizie negli ultimi giorni; queste raccontavano anche di come la Francia avesse provato di tutto per evitarlo, ma senza successo.

Al-Sahrawi un tempo era il portavoce del Movimento per l’Unicità e il Jihad in Africa Occidentale, il Mujao, che conquistò Gao, la principale città settentrionale maliana, durante l’occupazione jihadista nel 2012 respinta dall’intervento militare francese. Quel gruppo era fedele all’affiliato regionale di al-Qaeda, da cui  al-Sahrawi si è separato nell’ottobre 2016 facendo circolare online un video in cui compiva la baya, il giuramento di fedeltà, allo Stato islamico di Abu Bakr al Baghdadi. Nel 2017 rivendicò un’imboscata in cui rimasero uccisi quattro Berretti Verdi in Niger (un episodio che creò diverse polemiche attorno all’amministrazione Trump).

Recentemente Macron ha annunciato che avrebbe ridotto la sua presenza militare nella regione, con l’intenzione di ritirare 2mila soldati entro l’inizio del prossimo anno. Una scelta dettata anche dal pressing degli elettori. Mosca ha sfruttato questo spazio aperto dal ritiro; Parigi segna la propria presenza, che intende in parte sostituire con una missione europea a guida francese. Test capacitivo, tra l’altro, di una difesa autonoma che decide indipendente di intervenire o meno su certi quadranti (su cui la Francia intende dettare le priorità). Anche a questo serve l’annuncio: mandare un messaggio d’efficacia ai partner di Bruxelles.

La notizia della morte di al-Sahrawi arriva anche mentre la lotta globale della Francia contro l’organizzazione dello Stato islamico fa notizia a Parigi. L’imputato chiave nel processo per gli attacchi di Parigi del 2015 (semplificando: la strage del Bataclan) ha dichiarato mercoledì che quel grande attentato coordinato dalla catena centrale del comando baghdadista era una rappresaglia per gli attacchi aerei francesi contro l’Is in Siria e Iraq (dove Parigi è parte dell’operazione a guida americana “Inherent Resolve”) e altrove. La Francia dimostra anche di saper reagire.

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