Il rapporto Onu di venerdì scorso lo mette nero su bianco: serve dimezzare le emissioni entro il 2030, ma con gli obiettivi attuali aumenteranno del 16%. E mentre Ue e Usa si avvicinano ai target e guardano alla conferenza Cop26, la Cina (che inquina più del resto del G20 e intende continuare fino al 2030) salta la riunione organizzata da Boris Johnson

“Sarebbe facile perdere la speranza. Ma non siamo senza speranza. O impotenti. Abbiamo una strada per recuperare – se scegliamo di prenderla”. Con queste parole Antonio Guterres, segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, ha parlato della crisi climatica durante l’evento di apertura dell’Assemblea Generale a New York.

L’appello arriva a pochi giorni da un nuovo rapporto onusiano, secondo cui gli obiettivi attuali di decarbonizzazione risulterebbero in un aumento delle emissioni del 16% entro il 2030 – e di un riscaldamento della temperatura media del globo di 2,7° entro fine secolo, uno scenario che per gli scienziati provocherebbe conseguenze catastrofiche.

“Non sono disperato, ma sono tremendamente preoccupato”, ha detto Guterres prima dell’Assemblea; “siamo sull’orlo del baratro e non possiamo permetterci un passo nella direzione sbagliata”. Questo il senso della conferenza a porte chiuse di oggi, in cui il premier britannico Boris Johnson e una quarantina di leader mondiali (più Guterres) affrontano le rispettive ambizioni climatiche.

In qualità di padrone di casa della prossima conferenza sul clima, la Cop26 di Glasgow in agenda per novembre, Johnson ha l’ingrato compito di strappare concessioni più ambiziose ai Paesi partecipanti e assicurarsi che le nazioni più ricche onorino l’impegno di raccogliere $100 miliardi all’anno per aiutare la transizione ecologica dei Paesi emergenti.

Durante il volo verso New York, Johnson non sprizzava ottimismo – ha detto che le probabilità di riuscirci entro novembre erano “sei su dieci”. Secondo Oxfam mancheranno 75 miliardi all’appello. E però, poiché i Paesi del G20 emettono da soli l’80% delle emissioni globali, la bilancia della responsabilità di decarbonizzare pende sproporzionatamente dalla loro parte. Specie per quanto riguarda la Cina, che a sua volta emette più del resto del G20 messo insieme.

Secondo il rapporto Onu di venerdì scorso, per rimanere in linea con gli obiettivi di Parigi occorre ridurre del 45% le emissioni globali entro il 2030. L’Ue, le cui emissioni decrescono di anno in anno, punta al 55%. Gli Usa di Joe Biden, che in qualità di secondo emettitore globale non sono altrettanto virtuosi, vogliono dimezzarle.

La Cina, invece, intende continuare ad aumentare le emissioni fino al 2030 per poi iniziare a ridurre gradualmente e raggiungere la neutralità carbonica nel 2060, un decennio dopo il target comune a gran parte dei Paesi G20. Probabilmente è per questo che il presidente cinese Xi Jinping e il ministro degli esteri Wang Yi hanno saltato a piè pari la riunione a latere di Johnson, al pari di India (che ha obiettivi climatici ancora più vaghi) e dei padroni di casa, il cui impegno è comunque comprovato.

L’Assemblea generale è un passo cruciale nella strada che porta alla Cop26, a sua volta definita dagli esperti “l’ultima chance” per presentare obiettivi climatici in grado di prevenire le conseguenze più devastanti del riscaldamento globale. Un’operazione impossibile senza il contributo del Paese più inquinante al mondo.

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