Enrico Letta si sgola nel dire che quello di Super Mario “è il nostro governo”. Ma poi arriva il controcanto di Goffredo Bettini che spiega come il premier sia meglio spostarlo al Quirinale. A prima vista sembra un problema tutto interno ai Democratici, invece no, è un tema che taglia trasversalmente lo scenario italiano fino a diventare il nodo principale, ossia perché in Italia le riforme, particolarmente quelle “epocali”, da tutti ritenute indispensabili si annunciano ma non si fanno mai

Nazareno, we have a problem. Il problema si chiama Mario Draghi e la sua agenda riformista. Fin dall’inizio, dai tempi di “o Conte o elezioni”, vessillo poi abbandonato per impraticabilità di gioco, il Partito democratico ha nicchiato sull’esperimento Draghi, considerandolo di fatto una parentesi della politica e non un new beginning di sapore blairiano e che oggi si riflette nella figura dello sfidante Spd alle elezioni tedesche, Olaf Scholz.

Enrico Letta si sgola nel dire che quello di Super Mario “è il nostro governo”. Ma poi arriva il controcanto di Goffredo Bettini che spiega come il premier sia meglio spostarlo al Quirinale per avere le mani libere di realizzare un’intesa organica con il M5S di rito contiano, andare al perdere (secondo i sondaggi) le elezioni e finalmente fare l’opposizione che serve al Paese per arginare le destre.

È presumibile che chiudendo la festa dell’Unità il leader Pd ribadisca le sue intenzioni e bisognerà leggere tra le righe quanto di bettiniano ci sia e quanto manchi.

A prima vista sembra un problema tutto interno ai Democratici: se lo risolvano loro e buonanotte. Come pure, specularmente, le difficoltà, vere o presunte, di leadership da parte di Matteo Salvini appaiono una questione di equilibri di forza nel Carroccio: una volta risolti fatecelo sapere, secondo una lettura volutamente superficiale magari da farsi fregandosi le mani.

Invece no, è un tema che come una faglia taglia trasversalmente lo scenario italiano fino a diventare il nodo principale, l’interrogativo che non ha mai avuto una risposta: ossia perché in Italia le riforme, particolarmente quelle “epocali”, da tutti ritenute indispensabili si annunciano ma non si fanno mai.

Beh, una parte sostanziale della risposta sta lì, nell’agenda Draghi. Che è sì necessitata dall’ancoraggio alle risorse Ue per cui se non si realizzano le riforme i soldi (copiosissimi come non mai) non arrivano. Ma è anche – e piacerebbe dire soprattutto – la voglia di ridisegnare il Paese, ammodernandolo, mettendolo in sicurezza, valorizzandone le risorse, sorreggendolo con un piedistallo solido nel compito immane e obbligatorio di riprendere il sentiero della crescita e dello sviluppo.

Draghi non è il demiurgo che la Provvidenza ci invia, non può fare tutto da solo, non intende fondare un partito a sua immagine e somiglianza. Bene: e dunque quell’agenda che è il compendio del riformismo possibile qui e ora, che fine fa?

Beh (di nuovo) in verità qualcuno che il problema se lo pone proprio nella (sedicente) culla dei riformismi studiati e sbandierati come sostanza vitale e humus della politica buona come il debito che piace all’inquilino di palazzo Chigi, appunto il Pd, c’è. È la componente che ha raccolto l’eredità migliorista dell’ex Pci e che a Orvieto, in due giorni di dibattito – il primo dalla morte di Emanuele Macaluso, riferimento indiscusso – che si concludono oggi (e Letta ha la possibilità di replicare in tempo reale) ha cercato di mettere alcuni paletti per respingere l’offensiva di Bettini e mettere il partito su una carreggiata opposta e ostinatamente contraria.

L’ha fatto il capo di Libertà Eguale, Enrico Morando, spiegando che è il tempo di abbandonare la logica sconfittista che avvolge come un sudario la sinistra italiana e costruire un “partito di Draghi” come ricettacolo e propulsore del riformismo indicato dal premier, da far trovare sulla scheda elettorale quando si voterà: non come simbolo bensì come opzione politico-programmatica concreta. “Io sono convinto che esistano, nel Centrosinistra italiano – ha scandito Morando – le forze disposte ad impegnarsi in una battaglia politica non per perdere bene ma per provare a vincere”. Gli hanno fatto eco due tra le voci più significative dell’associazione: il costituzionalista Stefano Ceccanti e l’ex presidente Rai, Claudio Petruccioli (ma contributi significativi sono arrivati anche da Marco Bentivogli e dalla ministra Elena Bonetti).

Ceccanti, ricordando l’intellettuale e giurista Giorgio Armillei, ha specificato che esiste e va salvaguardato “un approccio al riformismo che non scambia la fedeltà all’ispirazione ideale col conservatorismo degli strumenti”. Mentre Petruccioli, ricordando l’ex direttore socialista di Mondoperaio, Luigi Covatta, ha sottolineato che “riformismo e opportunismo sono incompatibili”.

C’è stato spazio anche per la gelata del renziano Luigi Marattin: “Il tentativo di tenere insieme tutti i riformismi è fallito, semplicemente perché molti di essi non sono riformismi ma conservatorismi. Spero nella nascita di un vero partito liberal-democratico”.

Insomma, il messaggio per Houston-Nazareno è che forse i problemi sono più d’uno. Ma se non si prova a risolverli adesso sotto l’ombrello di SuperMario, allora di grazia quando?

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