Il ritiro degli ambasciatori francesi un fallo di reazione, l’Ue dovrebbe interrogarsi sul suo ruolo nel mondo all’indomani del lancio di Aukus. Parla Oriana Skylar Mastro, docente a Stanford e grande esperta di tecnologia militare: il patto di Biden terrorizza la Cina, non hanno quei sottomarini. Five Eyes? Italia e Paesi Ue devono chiarire prima i rapporti con Pechino

Una crisi evitabile. Ritirare un ambasciatore non è uno scherzo fra Paesi alleati, figurarsi due. È quello che ha fatto la Francia richiamando a sé i diplomatici negli Stati Uniti e in Australia all’indomani dell’annuncio di Aukus, l’alleanza militare insieme agli inglesi nell’Indo-Pacifico che ha tagliato fuori dai giochi Parigi. Un errore, dice Oriana Skylar Mastro, docente a Stanford e Fellow del Freeman Spogli Institute for International Studies. Spetta all’Europa adesso guadagnarsi la credibilità e la fiducia necessarie per fare i conti con la Cina nei mari caldi fra Taiwan e Canberra.

Il patto Aukus ha innescato una crisi europea, la Francia è sull’orlo di una rottura. Cosa aspettarsi?

La reazione francese ed europea in generale è una mossa strategicamente sbagliata. L’Ue ha realizzato di contare relativamente poco nell’Indo-Pacifico. È stata esclusa dai conti in tavola per una ragione precisa. Può chiedersi perché e riallacciare con gli Stati Uniti, o imboccare la strada, pericolosa, che la allontana dall’alleato americano.

Anche l’Ue ha pubblicato una strategia per l’Indo-Pacifico. È sufficiente?

È quel che l’Ue può fare in questo momento. Fatta eccezione il Regno Unito e in minor misura la Francia, nessun Paese membro ha una presenza militare significativa in quel quadrante. Oltre alle parole, servono le portaerei, e i sottomarini.

L’alleanza militare anti-cinese è un successo per Joe Biden?

Lo è eccome. Dieci anni fa sono stata molto critica della strategia “Pivot-to-Asia” lanciata da Obama e poi ripresa da Trump, mi sembravano tante chiacchiere e poca azione. Questa mossa prova il contrario.

Perché?

È un nuovo modo di concepire un’alleanza, perché non è una condivisione di standard o l’ennesima esercitazione militare. È un’alleanza sulle tecnologie emergenti. E i sottomarini a propulsione nucleare sono una tecnologia estremamente sensibile. 

Per la Cina è un problema?

Un problema enorme. Biden, Johnson e Morrison l’hanno colpita nel suo ventre molle. Ci sono due tecnologie militari in cui la Cina non riesce a primeggiare: i sottomarini e l’energia nucleare. Non poteva esserci una provocazione peggiore. Pechino cercherà di sminuire l’accordo, ma lo teme. Perché dimostra agli alleati americani nella regione che si può cooperare sul fronte tecnologico.

Perché l’Australia aveva bisogno di questa flotta?

Perché è un potente strumento di deterrenza miliare. La Cina è solita punire i Paesi della regione che non si adeguano ai suoi desiderata, l’Australia è fra questi. Solo che prima non poteva difendersi, ora sì. Con quei sottomarini, i cinesi ci penseranno su due volte.

C’è il rischio di una proliferazione nucleare nella regione?

Lo escluderei. Non ci sono altri Paesi abbiano i soldi e il know-how per replicare questa tecnologia, che finora gli Stati Uniti avevano condiviso solo con gli inglesi. Può darsi che un altro alleato chieda di aggiungersi al programma, ma non sarà facile, perché gli Stati Uniti devono attenersi a rigidissimi protocolli per la non proliferazione nucleare.

Quella di Biden è anche una risposta alla sconfitta in Afghanistan?

In parte sì. Il ritiro dall’Afghanistan era preparato da molti anni. Aukus è un messaggio agli alleati nel mondo: l’America tiene fede ai patti. E ora che avrà le mani più libere in Asia centrale, potrà dedicare più tempo e risorse alla deterrenza cinese nell’Indo-Pacifico.

La Cina intanto ha fatto la sua contromossa: candidarsi al Trans-Pacific Partnership abbandonato da Trump.

Cercano di incassare il colpo aprendo a una maggiore integrazione economica con i partner regionali, pensano sia più efficace delle pressioni militari. Molti di loro però restano scettici. I guai di Xi Jinping al Wto e l’incapacità dei cinesi di adeguarsi agli standard internazionali non depongono a favore della candidatura.

A breve il Congresso americano discuterà di un possibile ampliamento dei Five Eyes, l’alleanza di intelligence con Canada, Inghilterra, Australia e Nuova Zelanda. L’Italia potrebbe aspirare a farne parte?

Quando si parla di intelligence c’è un problema di fondo: bisogna essere sicuri di dove finiscono le informazioni condivise. E gli Stati Uniti vogliono condividere solo con Paesi che sono in grado di proteggerle da sguardi esterni. Alleati Giappone e Francia hanno già espresso il desiderio di una maggiore condivisione di intelligence. Ma sui Paesi europei, Italia compresa, pesano i rapporti altalenanti con la Cina.

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