Frenati dagli iper-tatticismi della politica italiana e dal timore che ne possa uscire rafforzata una candidatura al Quirinale, si preferisce tenere una fuoriserie da corsa in garage. Igor Pellicciari, ordinario di Storia delle Istituzioni e Relazioni Internazionali all’Università di Urbino, racconta l’ex premier da una prospettiva internazionale

Merita di essere ripresa e contestualizzata in un quadro internazionale più ampio la notizia data da Francesco Bechis, che ha rivelato di una telefonata fuori programma avvenuta tra Sergej Lavrov e Romano Prodi, a latere della recente missione a Roma del Ministro degli Affari Esteri Russo.

I presenti raccontano di uno scambio informale ma intenso (durato quasi 40 minuti) sui principali temi di politica estera del momento, a cominciare da come affrontare la nuova nemesi storica in Afghanistan.

L’episodio in sé non sorprende e anzi conferma quello che non tutti sanno, ovvero che la voce del Professore è da più di 15 anni tra le più ascoltate a Mosca.

Se in questi anni tra gli italiani Silvio Berlusconi ha potuto vantare il rapporto personale più stretto con Vladimir Putin; il principale interlocutore in politica estera è tuttavia stato Prodi.

Il che per inciso la dice lunga sulla capacità russa di distinguere il momento personale da quello politico e mantenere al contempo intensi rapporti stretti e diretti con due persone che sono state tra loro piuttosto distanti, quando non proprio opposte.

Invece, l’estremo retroscenismo delle cronache politiche nostrane non si è sforzato né di approfondire né di comprendere questo rapporto di Prodi diventato col tempo canale privilegiato di comunicazione diretta con il Cremlino.

A seconda dei casi, la circostanza sui media nostrani è stata ignorata (si è faticato a trovarvi traccia dei ricorrenti incontri di persona tra Prodi e Putin).

Oppure, peggio, essa è stata strumentalizzata per immediati motivi politici interni, adombrando chissà quali interessi oscuri dietro ad una relazione che si è invece mantenuta sempre e solo ad un livello puramente politico.

Detta in altri termini, Prodi deliberatamente ha evitato di seguire il percorso dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder che, finito il suo mandato, non ha esitato ad andare a lavorare in un ruolo di primo piano per il Governo Russo alle dipendenze di Rosneft, godendone degli indubbi benefit correlati.

Una scelta, quella di concedersi al mondo del business e della finanza globale, seguita da numerosi leaders contemporanei a Prodi – da Tony Blair a Josè Barroso, passando per il veterano Brian Mulroney, Jose Maria Aznar, James Cameron e ovviamente Bill  Clinton.

A ben guardare, dei Big Players della sua generazione, Prodi è rimasto tra i pochissimi (un altro – anche se sui generis – è Henry Kissinger) a restare coerente al suo ruolo di attore esclusivo di politica estera.

Questo gli ha permesso di mantenere un’assoluta credibilità di primo piano internazionale, a prescindere dal fatto che ricoprisse o meno ancora cariche di rilievo formale.

Va da sé che un Cremlino gestito nel quotidiano dalla élite dei diplomatici del primatus politicae abbia visto in Prodi un partner di lunga durata per una politica di accordo, pur nelle diverse posizioni, piuttosto che di scontro pregiudizievole (come avvenuto con Londra).

Le basi per questo costante canale di dialogo furono gettate durante la stessa presidenza Prodi della Commissione Europea (1999-2004).

I motivi sono stati bene spiegati dallo stesso Prodi in una delle sue visite a Mosca: nel 2015, ad un seminario a porte chiuse organizzato da Mezhdunarodnaya Zhiznj, storica rivista del Ministero degli Affari Esteri russo.

Nell’incontro con i massimi esperti di politica estera del Cremlino capeggiati da Sergej Karaganov, Prodi fece una netta distinzione, rammaricandosene, tra quello che era stata l’approccio all’allargamento ad Est seguito dalla NATO e dalla UE durante il suo mandato.

Se Bruxelles si era aperta all’Est coordinandosi con Mosca; l’Alleanza Atlantica lo aveva fatto quasi di sorpresa, contravvenendo alla parola data anni prima dagli USA a Viktor Chernomyrdyn di non entrare unilateralmente nel playground che la Russia considerava ancora di sua diretta influenza.

E fu questo tipo di allargamento europeo voluto da Prodi ad averlo accreditato prima e mantenuto poi, come una delle voci più ascoltate a Mosca anche (forse addirittura di più) dopo la fine della sua esperienza a Bruxelles.

Poiché nemo profeta in patria, la cosa che sorprende è che il nostro tanto evocato ma poco presente Sistema Paese abbia fatto veramente poco uso di queste reti di relazioni di Prodi.

Per inciso, ciò ha riguardato non solo la Russia ma anche il resto del mondo, dove il Professore è ancora considerato una autorità di primissimo piano.

Emblematica a riguardo è la vicenda libica, sulla quale Prodi avrebbe potuto dire e fare molto nelle fasi iniziali negoziali della crisi, prima che si incancrenisse nello stato attuale che ha certificato una riduzione del ruolo italiano a vantaggio di Russia e Turchia.

E tuttavia all’epoca, Matteo Renzi, maestro nel muoversi per calcoli politici interni (gli stessi che lo portarono a rinunciare alla Presidenza del Consiglio Europeo pur di non mandarci Enrico Letta o a nominare Ambasciatore italiano a Bruxelles un’evanescente Carlo Calenda), preferì affossare la proposta di Prodi a mediatore Onu per la Libia.

Una nomina all’epoca considerata dagli addetti al settore la più naturale per avviare un vero processo di mediazione pacifica nel complesso mondo tribale in subbuglio dopo la morte del garante Muhammar Gheddafi.

Fa obiettivamente specie che oggi debba essere Lavrov a dire al Ministro degli Affari esteri Luigi Di Maio che una risorsa ed una expertise come quella di Prodi andrebbe usata a livello internazionale. Più che mai ora, con il numero di crisi internazionali aperte nel Dis-Ordine mondiale aggravato dal Covid.

Frenati dagli iper-tatticismi della politica italiana e dal timore che ne possa uscire rafforzata una candidatura al Quirinale, si preferisce fare finta di nulla e per l’ennesima volta tenere una fuoriserie da corsa in garage, piuttosto che sfruttarne le assolute potenzialità.

Ne esce confermato il tratto antropologico di un paese che, prima ancora di porsi la questione di come risolvere un problema, è bloccato dallo scontro tra élite per decidere chi dovrà occuparsene.

Prodi ne è una delle vittime illustri; probabilmente nemmeno l’ultima.

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