Il voto del Parlamento europeo sul rapporto Kubilius, un documento che propone di irrigidire i rapporti con la Russia, mette a nudo una spaccatura fra i sovranisti. Le pattuglie di Salvini (Id) e Meloni (Ecr) votano a favore, i francesi di Le Pen e i tedeschi di Afd no. Ma dietro la conversione c’è anche una ragione tattica

Meglio Kaczynski oggi che Putin domani. C’è la firma di Matteo Salvini sulla svolta a Bruxelles: la delegazione della Lega nel gruppo sovranità Id (Identità e democrazia) ha votato a favore del rapporto Kubilius, il documento approvato dal Parlamento europeo nella serata di mercoledì che si propone di resettare i rapporti fra Mosca e Bruxelles.

A firmarlo è un europarlamentare del Ppe, Andrius Kubilius, già primo ministro della Lituania. Si tratta di una lunga road map per “contenere la minaccia russa” e, cosa da niente, promuovere “la trasformazione della Russia in una democrazia”. Messo ai voti in aula, il rapporto è stato approvato con 494 voti a favore e 103 contrari.

Il tempismo non è casuale: da qui a domenica in Russia si voterà per il rinnovo della Duma, al termine di una lunga campagna elettorale segnata da una decisa repressione governativa delle forze di opposizione. Niente unanimità, sottolinea divertita l’agenzia governativa di Mosca Tass, ma il voto a grande maggioranza rimane eloquente: il rapporto si spinge perfino a ipotizzare un mancato riconoscimento del Parlamento europeo dell’esito del voto russo, perché “la continua repressione di tutti i candidati di opposizione, dei media liberi e delle Ong mina la legittimità e la correttezza delle elezioni”.

La vera notizia però sta nella posizione presa dalle singole forze politiche in campo. A scorrere le decine di emendamenti votati mercoledì sera, non può non saltare all’occhio un dettaglio: salvo rari casi, i leghisti di Id e gli eurodeputati di Fratelli d’Italia nel gruppo dei conservatori europei (Ecr) hanno votato a favore. Mentre bisticciano a Roma sul Green Pass, Lega e Fdi ritrovano l’intesa fra i banchi a Bruxelles con un asse fra il gruppo conservatore presieduto da Giorgia Meloni e la pattuglia italiana nel gruppo Id guidato dal leghista Marco Zanni.

La presa di posizione filoatlantica di Salvini in Ue non è stata seguita dai compagni della famiglia sovranista. Dove i leghisti hanno votato a favore, i francesi lepeniani del Rassemblement National e i tedeschi di Afd hanno votato contro, stroncando buona parte del rapporto che condanna l’autoritarismo russo. Solo in due casi i leghisti hanno detto no, bocciando un inasprimento delle sanzioni semestrali dell’Ue e la proposta di escludere la Russia dal sistema Swift.

Non è la prima volta, fanno notare dall’eurosquadra del Carroccio, che i leghisti si tolgono la veste di filorussi e bastonano il Cremlino. Già a gennaio scorso, quando la plenaria si riunì per condannare l’avvelenamento e l’arresto dell’oppositore Alexei Navalny, la delegazione di Zanni prese posizione e definì “inaccettabile” l’accanimento del governo russo.

Dietro al ravvedimento di Salvini però ci sono anche ragioni di tattica, sussurrano maliziosi dall’eurogruppo della Meloni. Ormai da mesi alla ricerca di una nuova sistemazione nell’Europarlamento per lasciare l’angolino dove è confinato il suo gruppo sovranista, Salvini parla da tempo di un “super gruppo” europeo con una parte dei conservatori e gli ungheresi di Viktor Orban. È un progetto che difficilmente andrà in porto senza l’assenso dei polacchi  del Pis di Jaroslaw Kaczynski, alleato di ferro della Meloni a Bruxelles. A forza di sbandate russofile si rischia di incrinare i rapporti con i conservatori polacchi, che per storia e tradizione mal sopportano la Russia e chi in Europa ne canta le lodi. Insomma, la caduta da cavallo dei leghisti sulla via per Washington può aiutarli a ritornare in sella a Bruxelles.

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