Ricordando Beniamino Andreatta, Mario Draghi ha sottolineato che bisogna fare ciò che si ritiene giusto anche se impopolare. In un momento in cui la coesione politica viene meno, quella sociale si restringe o allunga a seconda di specifici interessi e la crisi di sistema è sempre più evidente

Se è un mosaico, proviamo a mettere insieme i pezzi. Primo. Mario Draghi arriva a Palazzo Chigi sull’onda del default dei partiti e governa avendo come basamento una maggioranza nelle Camere formata dal 90 per cento di quegli stessi partiti che si sono messi insieme non per convinzione o per sintonia ma perché non c’è alternativa.

Secondo. Il governo veleggia sulla base dell’autorevolezza del suo premier e il Consiglio di ministri diventa la camera di compensazione dei dissensi tra ministri rappresentanti di forze politiche intruppate, con SuperMario che cerca ogni volta una sintesi. Il Consiglio approva an che all’unanimità la sintesi però poi succede che in Parlamento, a turno, alcune di quelle forze politiche ritengano di avere le mani libere e votano in dissenso con quanto deliberato.

Terzo. I partiti “esautorati” cercano rivincite non però intessendo intese tra loro bensì rivolgendosi direttamente ai cittadini attraverso la raccolta di firme per referendum sulle materie più varie. Gli elettori non sia fanno pregare e grazie alla raccolta di firme online sottoscrivono i quesiti. Risultato: nella prossima primavera pioveranno manciate di consultazioni popolari che riguardano la giustizia (Lega); la legalizzazione della cannabis (radicali); il reddito di cittadinanza (Renzi, ma qui le firme sono un miraggio); l’eutanasia (associazione Luca Coscioni e, trasversalmente, una trentina di deputati e una dozzina e più di senatori).

Fermiamoci qui. Cosa ne viene fuori? Si mettono insieme nello stesso calderone le varie emergenze, la necessità di governare e il Pnrr con le annesse risorse; l’impotenza e contemporaneamente la voglia di protagonismo di partiti e forze politiche; la spinta dei cittadini a volersi esprimere. È come se gli italiani, dopo aver rigettato sempre per via referendaria qualunque disegno di revisione organica della Costituzione tranne il taglio dei parlamentari, volessero esprimersi a dispetto di ogni vincolo, mentre pezzi delle istituzioni – esecutivo e Parlamento – procedessero per conto loro dopo una dose di elettroshock dettati appunto dalle emergenze ma senza un percorso organico bensì ignorandosi e quasi contrapponendosi.

A ben vedere è come se le modifiche costituzionali si imponessero di fatto: dal governo che assomma poteri d’azione e vestigia semipresidenziali come in Francia; col Parlamento, sempre sul modello d’Oltralpe, che diventa una Assemblea nazionale con poteri ridotti e composizione sganciata dal potere di scelta degli elettori e affidata invece alle deliberazioni di sinedri sovraregolati; e il popolo che si riprende una fetta di sovranità attraverso meccanismi di sapore propositivo e non cancellatorio come prescritto dalla Carta esprimendosi su temi che tuttavia sono in gran parte suggeriti da quegli stessi partiti che hanno perso appeal e credibilità.

Al dunque una specie di guazzabuglio con riforme istituzionali di fatto ma con una dinamica fai da te. Una specie dei self service istituzionale dove ognuno prende quel che più ritiene necessario o più gli aggrada: e poi si vedrà.

Possiamo anche descrivere la situazione in altro modo. E cioè la coesione politica di una comunità che viene meno; quella sociale che si restringe o allunga a seconda di specifici interessi e gruppi di pressione; l’evidenziazione di una crisi di sistema al pari di un oceano scosso da correnti, solcato da zattere il cui obbiettivo è salvare il proprio equipaggio senza curarsi del resto.

Ricordando Beniamino Andratta, Mario Draghi ha sottolineato che bisogna fare ciò che si ritiene giusto anche se impopolare. Vale anche per le modifiche costituzionali, capitolo sempre richiuso ma che sempre si riapre sulla base dell’urto di un equilibrio che non è raggiunto. È ovvio infatti che procedere nel modo che abbiamo descritto non porta da nessuna parte. Occorre recuperare il senso di marcia di un Paese che si guarda allo specchio e vede dove è obbligatorio intervenire per recuperare un’identità e un profilo al passo coi tempi. Allo stato, sembra che nessuno sia non solo in grado di farlo ma neppure di percepirne l’urgenza. Eppure riassettare l’Italia non è un’opzione: è un’opera indispensabile.

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