Una foto ritrae il leader della Lega Matteo Salvini sorridente a fianco dell’ambasciatore cinese Li Junhua. Una gita in ambasciata per parlare di Afghanistan, dicono a via Bellerio, e c’è pure “piena condivisione”. Tutto è possibile ai tempi del governissimo Draghi. Ma due anni fa il segretario tuonava…

Novembre 2019. Matteo Salvini tuona contro Beppe Grillo in visita all’ambasciata cinese, “mi auguro non stia cambiando la collocazione internazionale dell’Italia”. Settembre 2021: una foto ritrae sorridente l’ambasciatore cinese a Roma Li Junhua a fianco di un ospite speciale, il leader della Lega Matteo Salvini.

Succede anche questo ai temi del governissimo Draghi. Che ci fa il “Capitano” nella sede dell’ambasciata a Via Bruxelles? È l’ennesima tappa di un tour diplomatico per parlare di Afghanistan, fanno sapere da Via Bellerio. Ad agosto, mentre Kabul finiva nelle mani dei talebani, il segretario del Carroccio ha infatti incontrato per un colloquio l’ambasciatore dell’Afghanistan Khaled Ahmad Zekriya e quello del Pakistan Jauhar Saleem.

Ora spazio alla Cina: “L’ambasciatore ha riferito a Salvini che la Cina non farà alcun passo politico in autonomia, e anzi si coordinerà con l’Unione Europea, la Russia e la Nato”, riferiscono dalla Lega. E ancora: “Salvini ha ribadito all’ambasciatore che non è ipotizzabile alcun riconoscimento del governo dei talebani. Piena condivisione a proposito della messa in sicurezza della popolazione afghana, con l’impegno di moltiplicare gli sforzi per riportare il Paese alla normalità coinvolgendo tutti gli attori internazionali”.

Insomma, c’è “piena condivisione” di intenti fra Cina e Lega sul futuro dell’Afghanistan. Non è chiaro come e perché, visto che la Cina ha riconosciuto i talebani come legittime autorità prima ancora che entrassero con i fucili spianati a Kabul. L’impegno per “riportare il Paese alla normalità” è un altro mistero: per Pechino l’Emirato islamico è la nuova “normalità” dell’Afghanistan. Ma la chiacchierata di Salvini si è spinta oltre. Dalla promessa di “contrastare il terrorismo” alla “partecipazione della Cina al G20 e della telefonata di martedì prossimo tra il Presidente del Consiglio Italiano ed il Presidente Cinese”.

Con la Cina, si scopre oggi, Salvini parla e va pure d’accordo. Ed è una novità non da poco. Due anni fa il capo della Lega si scagliava contro la gita di Grillo in ambasciata e i viaggi istituzionali del ministro degli Esteri e allora capo del Movimento Luigi Di Maio, “vedo che i Cinque Stelle vanno d’accordo con la dittatura cinese”.

L’ultima gita di Salvini in ambasciata risale invece a luglio 2020. Allora però si era fermato sulla soglia d’entrata. Non una visita di cortesia, ma un flash mob con tanto di cartelli in mano, insieme a un drappello di parlamentari leghisti, per chiedere “libertà per Hong Kong”.

Da Pechino non avevano gradito neanche un po’, riservando alla Lega una dura strigliata contro le “accuse gratuite”. E una stoccata anche al leader: “I suddetti politici, invece, applicano due pesi e due misure rispetto a quanto sta avvenendo a Hong Kong, mettendo in scena lo spettacolo cui abbiamo assistito con dispiacere”.

Allora ci aveva pensato Giancarlo Giorgetti, vicesegretario e responsabile Esteri del partito, a ringhiare di rimando: “L’ambasciata cinese non si azzardi a paragonare la Cina all’Italia. A Pechino non esistono partiti alternativi a quello comunista, l’opposizione è imbavagliata, a Hong Kong vengono arrestati perfino i ragazzini con inaudita violenza”. Acqua passata. Oggi c’è il governo di unità (inter)nazionale.

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