L’ex viceministro del Lavoro e giuslavorista: un errore gli estremismi sul lavoro da remoto, ci sono certi settori delle amministrazioni che possono erogare gli stessi servizi anche a distanza, al contrario di altri. E comunque la produttività non ci rimette se si sta a casa davanti al pc. Il Pnrr? Una partita che si gioca sulle competenze…

Prima della pandemia lo smart working era solo un privilegio per pochi. Poi è diventata la regola, la nuova normalità. Pubblico o privato, il più vintage tele-lavoro è diventato parte integrante delle vite degli italiani. Ora però il governo di Mario Draghi, per mezzo del ministro per la Funzione Pubblica, Renato Brunetta, ha intenzione di rimettere le lancette indietro, riportando decine di migliaia di dipendenti pubblici in ufficio.

Compito non facile, perché si sta parlando della macchina burocratica tra le più complesse del mondo, la Pubblica amministrazione italiana. Il ritorno in ufficio dei dipendenti statali, nella logica del governo, potrebbe poggiare su un ribaltamento di prospettiva sancito da un correttivo al decreto green pass. In pratica, la presenza fisica sul posto di lavoro tornerebbe a essere la regola e lo smart working l’eccezione.

Ma è davvero un buon affare? E come la mettiamo con la produttività e l’efficienza del Paese, soprattutto con i primi 25 miliardi di euro figli del Pnrr sul tavolo? Formiche.net ne ha parlato con Michel Martone, saggista, giuslavorista ed ex viceministro dell’Economia nelle librerie con il saggio Il lavoro da remoto, per una riforma dello smart working oltre l’emergenza (La Tribuna).

Domanda a bruciapelo. Il governo vuole una Pa più in presenza e meno a distanza, buona idea?

Una premessa, se non le dispiace. Il fatto che il governo abbia cominciato a parlare di ritorno dei dipendenti pubblici negli uffici è un buon segno, perché vuol dire che l’emergenza Covid è finalmente sotto controllo.

Chiaro. Tornando alla domanda?

Lo smart working non è la panacea a tutti i mali ma nemmeno il male assoluto. La verità è che non bisogna fare di tutt’erba un fascio, in certi casi può essere utile, in altri meno, dipende dai settori e dai comparti. L’auspicio è che si trovi la possibilità di far lavorare una parte dei dipendenti da remoto, ma tenendo sempre ben presente il tipo di mansione da svolgere.

Però Martone, nelle prossime settimane avremo parecchi miliardi di euro da maneggiare, il riferimento non casuale è al Pnrr. Una Pa anche solo in parte in smart working non può essere un problema?

In realtà no, perché le decisioni sull’impiego dei soldi dipendono più dalla capacità della Pa di assumere quelle professionalità con cui mettere a terra i progetti. La partita per il Pnrr si gioca più che altro sulle nuove competenze piuttosto che sul lavorare da remoto o meno.

Molti osservatori hanno messo in dubbio la capacità del lavoro a distanza di mantenere i livelli di produttività del lavoro in presenza. Altri invece sostengono il contrario. Lei che dice?

La produttività può essere tranquillamente mantenuta anche da remoto, questo è stato anche dimostrato. Chiaramente nel pubblico impiego è più difficile controllare la produttività, al contrario nel privato c’è un’attenzione maggiore nel rapporto ore di lavoro / produttività.

Ma insomma, per la Pa italiana è meglio il lavoro da remoto o il caro vecchio ufficio?

Bisogna essere flessibili e adattarsi alle singole situazioni. La Pa italiana ha bisogno di un ripensamento della sua organizzazione, a cominciare dai servizi che deve erogare e garantire. Ma ribadisco, la modalità ibrida è la soluzione ottimale. Un po’ smart, un po’ ufficio ma sempre secondo il tipo di servizio offerto alla collettività.

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