Decollato dalla Florida a bordo di una capsula Dragon il primo equipaggio di astronauti non professionisti per la missione Inspiration4 della SpaceX. Resterà nello spazio per tre giorni per dimostrare che l’astronautica può essere un’attività per persone comuni. Cosa c’è dietro questa missione tra rischi e benefici? L’opinione dell’ingegnere ed esperto aerospaziale Marcello Spagnulo

Il lancio nello spazio da parte della SpaceX della prima missione con astronauti non professionisti è un test ambizioso per il sogno futuribile della fiorente industria privata di inviare nei prossimi anni molte più persone comuni fuori dell’atmosfera terrestre. Questo sogno e le promesse a esso associate non sono nuove. Quando nel 1981 il primo Space Shuttle decollò da quella stessa base di lancio in Florida, milioni di persone si convinsero che ben presto si sarebbe potuti andare nello spazio così come ci si spostava a bordo dei Boeing 747 in giro per il mondo.

Nella società occidentale della seconda metà del Novecento c’era una sensazione, sincera ed ingenua, che nel cosiddetto “Duemila” tutto sarebbe cambiato, che viaggiare nello spazio sarebbe stato normale e che la Luna sarebbe stata colonizzata. Tutto ciò era comprensibile: le scoperte scientifiche e tecnologiche avevano migliorato la qualità della vita in pochi decenni dalla fine della Seconda guerra mondiale, e lo sbarco americano sulla Luna nel 1969 aveva convinto tutti che i voli spaziali sarebbero diventati realtà e non sarebbero rimasti finzioni cinematografiche come nel film 2001: Odissea nello Spazio. Agli occhi delle persone normali tutte quelle anticipazioni del futuro non sembravano fantasie irrealizzabili perché era proprio la Nasa, l’ente spaziale che aveva conquistato la Luna, a pubblicizzarle ed a farle apparire come delle imprese possibili, e il lancio dello Space Shuttle era lì a dimostrarlo ancora una volta.

Ma la verità storica è stata che la navetta spaziale, l’astronave che ha ispirato i sogni di intere generazioni, si rivelò una macchina straordinaria, complessa e costosa: in trent’anni effettuò 135 lanci (per confronto: la SpaceX ha lanciato 128 razzi Falcon in soli undici anni) e due incidenti fatali costarono la vita a quattordici astronauti, turbando non poco l’opinione pubblica mondiale e inducendo degli stop ai voli per anni. Da un punto di vista politico e mediatico lo Shuttle si rivelò comunque un’arma vincente. Rinvigorì l’interesse mondiale per l’esplorazione dello Spazio, affievolitosi dopo lo sbarco sulla Luna, e diventò il nuovo simbolo americano della conquista del cosmo consolidandone la supremazia tecnologica. Ma non fu però l’arma vincente dal punto di vista economico e commerciale.

Ed è proprio questo invece che si propongono di fare le aziende private nel XXI secolo: la Grand strategy americana ha varie sfaccettature, ovviamente, e quella che riguarda lo spazio (e che sarebbe sbagliato non vedere integrata con altri settori tecnologici come IA, cibernetica o robotica per fare solo pochi esempi) palesa una strategia in cui la Nasa ed il Pentagono affiancano le nuove aziende private che si stanno avventurando nel business spaziale, per realizzare insieme razzi riutilizzabili e moderne astronavi con cui non solo portare gli astronauti in orbita, ma anche costruire una nuova economia.

Per quest’ultima sarà importante che le aziende mandino sempre più persone a vivere e lavorare nello spazio senza che siano tutti astronauti professionisti, i cui costi di formazione sono finora stati sostenuti dal governo. Per fare ciò, c’è bisogno anche del mito e di far sognare la colonizzazione del cosmo facendo dell’avventura spaziale un formidabile veicolo d’ispirazione e di supporto popolare. Proprio come avveniva mezzo secolo fa, quando si pubblicavano con la consulenza della Nasa libri sulle industrie nello spazio o sulla colonizzazione di altri pianeti. Nel 1982 fu pubblicato dalla Disney insieme alla Nasa un libro di grande successo che descriveva una gigantesca stazione ad anello ruotante con intere città e campagne al suo interno.

In un certo qual modo e con le dovute evoluzioni date dal progresso tecnologico, questi elementi si ritrovano nell’aurea prospettica che accompagna la missione Inspiration4, ma in questo caso però c’è un indubbio cambio di passo. In poco più di dieci anni la SpaceX di Elon Musk ha rivoluzionato il paradigma industriale del settore spaziale, costruendo razzi e astronavi riutilizzabili che mescolano il top della tecnologia a semplificazioni produttive, usando basi di lancio governative e costruendosene altre di sua proprietà. Lo stesso percorso lo stanno facendo la Blue Origin di Jeff Bezos e la Virgin Galactic di Richard Branson. Sono la prima generazione di imprenditori del XXI secolo, e i prossimi oggi non riusciamo ancora a immaginarli.

C’è un altro aspetto a cui doversi preparare: poiché l’obiettivo dei privati è quello di costruire un’economia nello spazio, sarà importante inviare sempre più persone in orbita nel prossimo futuro, ma il volo spaziale è per sua natura un’impresa incredibilmente rischiosa. L’uso dei robot e della IA potrà ridurre l’impiego di risorse umane, ma queste resteranno fondamentali. Senza contare poi che il business del trasporto, oggi chiamato turismo spaziale in modalità prodromica, punta proprio all’incremento della popolazione umana nell’ambito orbitale e sub-orbitale.

Oggi gli astronauti professionisti sono ben consci dei rischi dello spazio, ma i privati cittadini, e le loro famiglie, devono essere disposti a correrli e non solo a credere fideisticamente nella necessità (tutta da dimostrare) di colonizzare altri pianeti. I cittadini non possono contare su regolamenti governativi per essere al sicuro quando volano nello spazio con compagnie private, almeno non ancora, perché queste missioni non sono regolamentate per la sicurezza dei passeggeri o dell’equipaggio a bordo. Nel 2004, il Congresso di Washington fece una moratoria sulle norme di sicurezza al fine di consentire all’industria dei voli spaziali privati di avviare le proprie operazioni, e ciò significa che la Federal aviation administration regolamenta un lancio privato con equipaggio relativamente alla sicurezza delle persone a terra ma non dei “partecipanti al volo spaziale”, come nel caso di Blue Origin e di Virgin Galactic.

Quindi una delle prime conseguenze della missione Inspiration4 della SpaceX sarà forzatamente una revisione, assolutamente auspicabile, di queste normative. Se ciò non dovesse avvenire ci troveremmo nella medesima situazione del 1927 quando il privato cittadino Charles Lindbergh raggiunse Parigi da New York dopo 33 ore di volo solitario sull’oceano su un aereo di legna, tela e alluminio stracolmo di benzina e privo di trasmittente di bordo. Con quell’impresa egli dimostrò che l’aeroplano avrebbe potuto essere il mezzo di trasporto del futuro, ma fu molto fortunato oltreché coraggioso.

Comunque vada, il lascito della missione Inspiration4 sarà duplice: da un lato quello di spingere gli enti normativi, sperabilmente tutti, a creare una regolamentazione comune come avviene nel trasporto aeronautico; e dall’altro lato a spingere l’industria spaziale a fare i conti con quanto rischio sono disposte ad assumersi le persone comuni per costruire non tanto il futuro dell’umanità nello spazio quanto il loro business.

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