Entro poche settimane Camera e Senato dovranno approvare l’aumento del tetto al debito federale chiesto da Janet Yellen, senza il quale non sarà possibile emettere titoli pubblici e finanziare i piani pandemici di Biden. Ma il partito dell’Elefantino è pronto a fare muro, aumentando la pressione sui democratici

Un mese per la verità e poi si capirà se il tetto al debito degli Stati Uniti potrà effettivamente essere innalzato, aggiornando così le finanze pubbliche americane alle esigenze della pandemia. La questione è di quelle delicate e si lega a doppio filo a un’altra partita, non meno importante, l’approvazione al Congresso del maxi-pacchetto da 3.500 miliardi di aiuti pandemici con annessa mazzata fiscale sui grandi patrimoni.

Due mesi fa il segretario al Tesoro, Janet Yellen, ha lanciato un allarme piuttosto chiaro: o si alza il tetto al debito federale oppure si rischia una prima, parziale, insolvenza del bilancio statunitense. La questione è tutto sommato semplice. L’economia americana cresce, a fine anno dovrebbe raggiungere un aumento anno su anno del 6,6% secondo del ultime stime del Dipartimento del Commercio. Ma la pandemia e i piani di aiuti ad essa connessi hanno gonfiato a dismisura il deficit federale, spingendolo oltre i 3.100 miliardi di dollari, al 16% del Pil.

La crescita, un poco alla volta farà il suo e riporterà la situazione sotto controllo, ma nelle more di tale risanamento non sembra evitabile un innalzamento del tetto. D’altronde, ad oggi, nessuno dei piani pandemici messi in piedi dall’amministrazione Biden è operativo. Il primo di essi, il pacchetto per le infrastrutture da 1.200 miliardi, poggia su un delicato compromesso tra democratici e repubblicani, che però deve ancora essere votato dalla Camera tra poche settimane (un mese fa è arrivato l’ok del Senato). Il resto va tutto incardinato.

Di conseguenza il grosso dei soldi federali non solo non è stato ancora speso ma nemmeno messo a bilancio. A meno che, come messo in chiaro da Yellen, non si aumenti la capienza del disavanzo e dunque lo spazio di manovra sui conti. L’alternativa è solo una, aumentare precipitosamente le tasse per reperire quei fondi che solo nuovo deficit potrebbe garantire. Ma di questo i repubblicani non vogliono sentir parlare.

Per tutti questi motivi, come riportato da Reuters in questi giorni democratici e repubblicani, consapevoli di giocarsi buona parte degli aiuti a famiglie e imprese, hanno cominciato le trattative per raggiungere un accordo per innalzare il debito, scongiurando così un default dalle conseguenze imprevedibili oltre agli inevitabili shutdown, ovvero il blocco generalizzato delle attività amministrative e l’impossibilità di emettere nuovo debito per farsi prestare liquidità dai mercati.  Nel 2019 il tetto è stato rialzato fino a 22 mila miliardi di dollari, ma al momento lo stock ha già sfondato quota 28,5 mila miliardi, come certificato dalla Fed di St. Louis.

Ma i repubblicani, ha scritto Reuters, non sembrano essere troppo inclini all’accordo. I giganteschi piani pandemici sono un’idea democratica e molte delle misure in essi contenute non sono ben viste dal partito dell’Elefantino, a cominciare dalla spinta alle energie rinnovabili. Tradotto, i dem si devono assumere le loro responsabilità. “Non posso credere che i repubblicani ci lasceranno andare in default”, ha detto il senatore democratico Chuck Schumer. “E pensare che i repubblicani hanno regolarmente alzato il limite del debito durante gli anni di Donald Trump alla Casa Bianca”.

Ma il leader repubblicano al Senato, Mitch McConnell, è stato chiaro. “Se i democratici desiderano tutte queste spese e debiti allora trovino il modo per far passare l’aumento del debito da soli, senza i nostri voti”. Il problema è che la Camera alta è composta da 50 senatori repubblicani e 50 democratici e il voto determinante viene dato dal presidente del Senato che istituzionalmente è il vicepresidente, Kamala Harris. La partita per il debito è aperta.

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