Il Segretario di Stato statunitense ha inviato un messaggio chiaro ad Addis Abeba: Washington segue le dinamiche del conflitto e vuole un cessate il fuoco, pena sanzioni. Il lavoro dell’Unione africana è cruciale per fermare i combattimenti

Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha incontrato martedì l’Alto rappresentante dell’Unione africana per il Corno d’Africa, Olusegun Obasanjo, a cui ha sottolineato “l’urgenza” della crisi nella regione etiope del Tigray. L’amministrazione Biden sta aumentando l’attenzione diplomatica sul dossier, chiedendo la fine del conflitto tra gli indipendentisti e il governo etiope. Conflitto le cui dinamiche si muovono in un territorio complesso, il Corno d’Africa, lineamento talassocratico in cui il Mar Rosso, parte del Mediterraneo Allargato, si apre verso l’Indo Pacifico.

I colloqui in corso e il ruolo di Washington sono anche per questa ragione un interesse diretto per l’Italia, che è attiva nell’area, con progetti di cooperazione, business e presenza militare (a Gibuti). A marzo, durante una visita a Gibuti e Somalia, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini aveva dichiarato che “l’impegno italiano in Africa è un unicum: nel Sahel, nel Corno d’Africa, nel Golfo di Guinea e in Libia si decide la nostra sicurezza. Le conseguenze della crisi di questa grande area e la forte ripresa della minaccia terroristica jihadista si riflettono nel Mediterraneo e in Europa”.

“Non c’è una soluzione militare per la crisi politica in Etiopia”, è la posizione del dipartimento di Stato, che vede nella deriva del conflitto potenziali problematiche di carattere regionale e il rischio che condizioni caotiche e di guerra possano creare presupposti per ulteriori emergenze umanitarie, migrazioni e per l’attecchimento di istanze radicali portate avanti dai vari gruppi terroristici che si muovono nell’Africa centro-settentrionale da Est a Ovest. Dopo i colloqui, Obasanjo e Blinken hanno parlato con diversi altri funzionari tra cui il primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, direttamente interessato alla crisi del Tigray, e con i rappresentanti di Francia, Gran Bretagna, Ue e Germania.

Blinken, spiega il portavoce di Foggy Bottom, “ha esortato le parti a porre immediatamente fine agli abusi e ad avviare negoziati per un cessate il fuoco su cui gettare le basi di un dialogo più ampio e inclusivo per ripristinare la pace in Etiopia e preservare l’unità dello stato etiope”.

Lo scorso novembre, il governo del primo ministro etiope Abiy Ahmed, con l’aiuto delle truppe eritree e delle milizie alleate, ha lanciato un’offensiva militare contro il Tigray People’s Liberation Front (TPLF). Dall’inizio della guerra, più di due milioni di civili sono stati sfollati internamente e 5,2 milioni di persone si trovano attualmente in condizione di urgente bisogno di aiuti alimentari, secondo i report dell’Onu. I gruppi umanitari hanno denunciato crimini di guerra, uccisioni extragiudiziali, violenza etnica, carestia e stupri nelle aree coinvolte nel conflitto.

Nonostante i ripetuti appelli della comunità internazionale per un cessate il fuoco e la minaccia di sanzioni Usa, Addis Abeba ha continuato con l’offensiva militare. Nell’ultima settimana, sia gli attivisti locali che alcuni media internazionali hanno segnalato l’aumento degli attacchi aerei etiopi sulle aree settentrionali di Amhara. In questi giorni, l’Etiopia ha anche ordinato l’espulsione di sette funzionari delle Nazioni Unite dopo che avevano denunciato abusi e sottrazione degli aiuti umanitari verso il Tigray.

L’incontro Obasanjo-Blinken è un passaggio importante per il futuro della crisi. Obasanjo deve ottenere il sostegno degli Stati Uniti nel suo intento diplomatico. Ma per svolgere al meglio il suo ruolo ha anche bisogno di essere visto come indipendente, come se la partita fosse esclusivamente intra-africana. È un gioco delle parti, dove Washington vuole usare l’inviato dell’Unione africana per evitare di essere troppo coinvolto, ma non deve esporsi troppo per evitare di essere percepito come un peso.

Gli Stati Uniti hanno minacciato la settimana scorsa di espellere l’Etiopia dall’African Growth and Opportunity Act, una sanzione pesante che limiterebbe ulteriormente l’economia di Addis Abeba e taglierebbe l’accesso senza dazi al mercato statunitense per migliaia di prodotti etiopi.

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