L’inverno cinese è vicino e la crisi energetica unita al taglio delle forniture rischiano di lasciare al freddo milioni di persone, oltre a rallentare la produzione nelle fabbriche e dunque la crescita. Per questo il governo mette in guardia le banche: guai a ridurre i finanziamenti alle utilities che erogano luce e gas

La Cina ha paura, di rimanere al freddo e al buio. Succede anche questo nella seconda economia globale, dove l’inverno è tutt’altro che mite. La crisi energetica che ha colpito il Dragone, improvvisamente scopertosi ecologista e sensibile al taglio delle emissioni. Anche a costo di tagliare l’energia alle fabbriche, ridurre l’approvvigionamento delle città, lasciare al gelo la popolazione e perché no, lasciare sul campo qualche decimale di Pil.

Nell’ex Celeste Impero è ormai finita l’era del consumo illimitato di energia. La Cina chiede infatti ai cittadini e alle aziende di risparmiare e di avere pazienza davanti ai tagli improvvisi di corrente. Colpa degli obiettivi draconiani carbon free certo, ma anche del costo delle materie prime o della razionalizzazione delle risorse. Tre motivi che, messi insieme, in questi giorni stanno facendo toccare con mano gli effetti dell’avviso della Ndrc, la Commissione Nazionale per lo sviluppo e le riforme, che a metà agosto ha chiesto a importanti centri industriali del Paese, tra cui quelli dello Jiangsu, Guangdong e Hubei, di limitare i consumi di energia. A qualsiasi costo.

Qualcuno però a Pechino, nelle stesse ore in cui si decide il destino del colosso dell’immobiliare Evergrande, deve aver fatto due conti e compreso che tagliare l’energia nel nome del clima può essere per certi versi controproducente se fatto in modo improvviso e repentino. La prova? Nel fatto che il principale regolatore bancario e assicurativo della Cina ha rilasciato una circolare in merito al rafforzamento del sostegno finanziario per la produzione di carbone, elettricità e sul mantenimento dell’ordine nel mercato delle merci. Il messaggio è chiaro, guai a ridurre i flussi di cassa e finanziamento verso le utilities centrali e periferiche che erogano energia alle province. Una interruzione dei flussi equivarrebbe all’automatico spegnimento della luce, dal momento che le aziende del settore, tra aumenti dei costi dell’energia e riduzione delle forniture, sono già in crisi.

Nel dettaglio, il documento della China Banking and Insurance Regulatory Commission sollecita l’impegno per soddisfare le ragionevoli esigenze di finanziamento dei produttori di energia, carbone, acciaio e metalli non ferrosi, allo scopo di assicurare le forniture e stabilizzare i prezzi. Nel testo, le banche e gli istituti assicurativi vengono
invitati a offrire servizi finanziari solidi per assicurare le forniture di energia ed elettricità per l’inverno e la primavera, oltre a sostenere attivamente le principali aree di produzione del carbone e le imprese chiave del settore per aumentare l’offerta di carbone termico.

D’altronde, la situazione è grave. La stretta energetica ha costretto più province in Cina ad attuare il razionamento dell’energia, con la limitazione degli orari di operatività delle fabbriche e dell’impiego di tale risorsa, come racconta l’agenzia stampa Xinhua. Gli stabilimenti produttivi afferenti a vari settori, tra cui quello dell’arredamento, l’alimentare e della produzione chimica, hanno sospeso le proprie operazioni e riprogrammato la produzione.

Al 28 settembre oltre 20 aziende cinesi hanno asserito nella documentazione presentata in borsa che la loro produzione è stata influenzata dalle limitazioni di potenza.

Che la stretta energetica si sia protratta per l’intera estate è un dato di fatto, ma a livello pubblico è stata più evidente quando improvvisi blackout hanno iniziato a colpire le famiglie residenti nel versante nord-orientale. E, alla fine di settembre, alcuni residenti nelle aree urbane di queste zone si sono ritrovati a fare i conti con una vera e propria interruzione della quotidianità, con semafori spenti e ascensori non funzionanti.

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