Prosegue l’analisi politologica di Luigi Tivelli, editorialista e scrittore, sui vari leader politici. Dopo le amministrative, la leadership di Giuseppe Conte è traballante, intaccata da Grillo da una parte e Di Maio dall’altra

Alla luce dei risultati elettorali dei 5 Stelle nell’ultima tornata elettorale, c’è il rischio che Giuseppe Conte possa essere una sorta di commissario liquidatore del Movimento.

Credo che Giuseppe Conte abbia ancora un po’ di nostalgia dei bei tempi del lockdown o dell’immediato post lockdown del 2020 in cui stava sempre al secondo posto dopo il Presidente della Repubblica negli indici di gradimento, grazie anche al fatto che era il primo, se non l’unico, a impazzare dalle televisioni raccontando agli italiani, con lunghi ragionamenti e discorsi, come reagire al lockdown o alle varie chiusure della fase immediatamente successiva.

E anche grazie a questi bei ricordi che – ritengo – ha accettato successivamente di essere incoronato leader dei 5 Stelle, credendo di trainare per sé e per i pentastellati quei consensi che aveva acquisito in quella fase. È noto a tutti che le elezioni dell’Ottobre 2021, con ad esempio quel misero 2,6% a Milano e una media di voti per i 5 Stelle a traino Conte non superiore al 5% – 6% hanno segnato davvero un brutto risveglio.

Eppure la scalata alla posizione di leader dei 5 Stelle non era stata facile: aveva dovuto combattere e soffrire per le scudisciate forti di Beppe Grillo rispetto alla bozza di statuto che l’ex premier aveva concepito, che concentrava il potere quasi esclusivamente nelle sue mani. Sapeva e sa poi di dover combattere con la semi-leadership di Di Maio, molto forte soprattutto fra i deputati e nella nomenclatura da lui nominata nelle varie imprese pubbliche. La posizione istituzionale poi di Di Maio come ministro degli Esteri non aiuta certo la leadership di Conte, sempre condizionata dal peso di questo leader 5 Stelle che ha mostrato di saper adottare e utilizzare bene metodi da post democristiano con tinte semi-dorotee.

Certo, quando era premier Conte aveva uno spin doctor come Rocco Casalino, che riempiva di messaggi, foto e quant’altro si potesse fare via whatsapp i giornalisti a sostegno del potere suo e dello stesso Conte. Peccato che Casalino sappia tutto su il Grande Fratello o sulla gestione della stampa con metodi un po’ artigianali-affabulatori, ma non sappia neanche dove sta di casa la scienza politica, né c’era nello staff del premier alcuno che avesse una minima formazione di scienza politica. Se ci fosse stato gli avrebbe infatti raccontato al momento giusto come è difficile per un premier (tanto più diventato quasi per caso) diventare leader, mentre è più facile per un leader trasformarsi in premier.

Abbiamo visto ad esempio Prodi dell’Ulivo, o Berlusconi leader del Popolo della libertà trasformarsi abbastanza facilmente in premier. Se guardiamo invece ai casi dei premier che hanno tentato di trasformarsi in leader, troviamo il caso di Lamberto Dini che nel ’96 contribuì certo alla vittoria dell’Ulivo ma con il suo piccolo partito Rinnovamento Italiano conseguì alle elezioni, dopo che era stato premier tecnico per quasi un anno e mezzo, poco più del 4%.

Qualche semi-politologo che fosse stato nello staff di Conte gli avrebbe poi raccontato il caso di Mario Monti, che trasformatosi da premier in leader, conseguì una percentuale di voti un po’ più elevata di quella raggiunta a suo tempo da Lamberto Dini, ma a un certo punto scappò dalla politica (dopo essersi fatto nominare senatore a vita), lasciando i suoi seguaci di Scelta Civica davvero nelle peste, con il risultato che poi ci fu una piccola diaspora e i suoi andarono a collocarsi in vari altri partiti.

CONTE TRA GRILLO E DI MAIO

Credo che le prospettive del Conte premier non saranno molto diverse da queste: è difficile immaginare qualche forma di rinascita dei 5 Stelle dopo le vere e proprie batoste subite sia due settimane fa che nei precedenti turni di elezione amministrative. Oramai i 5 Stelle sembrano somigliare ad una nomenclatura, che ancora sopravvive grazie a quel 32% di voti raggiunti a causa di un semi impazzimento degli italiani (soprattutto al sud) nel 2018, una nomenclatura che in larga parte si è innamorata delle auto blu (magari pure con la sirena), delle poltrone in cui è insediata, vuoi che si tratti di poltrone o poltroncine politiche, vuoi che si tratti di comode poltrone delle imprese pubbliche.

Mi pare però che i 5 Stelle abbiano perso ogni contatto con il Paese e che lo stesso Grillo sia un po’ rassegnato. Ha cercato un ancoraggio forte, con la scusa della forte condivisione della “transizione ecologica” con il governo di Mario Draghi ma mi pare che non abbia la benché minima idea, né gli interessi molto, ricostruire quei margini di consenso in larghissima parte persi. È sostanzialmente ancora il Beppe Grillo che, oramai a 73 anni, sembra ripetere ancora il suo mantra violento: “Voi giornalisti mi fate schifo, siete vermi che strisciano, fantasmi di piatti, lombrichi miserabili…” . Quanto poi alla sua direttiva di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, i suoi accoliti hanno invece interpretato il Parlamento come un teatro con comode poltroncine alle quali incollarsi.

Né possono soccorrere i metodi para-democristiani e felpati di Luigi Di Maio che sembra stare un po’ alla finestra a guardare che fine fa la leadership di Conte, ma che sta dando prove abbastanza dignitose come ministro degli Esteri, decisamente migliori di quando nel Governo Conte 1 ebbe ben due ministeri economici.

L’ex ministro del lavoro Di Maio con l’assurdo “decreto dignità” ha impedito a molti giovani e donne di conseguire un lavoro rendendo molto difficile, tra gli altri aspetti, il rinnovo dei contratti a termine; e nominò Mimmo Parisi, che dal Mississippi riuscì in pochi mesi a sfasciare l’Anpal, con il risultato che non ci fu alcuna politica attiva del lavoro legata al Reddito di cittadinanza, misura che ha sostanzialmente fallito, salvo diventare un mero sostegno poco mirato contro la povertà.

Analogo il discorso per Di Maio ministro dello Sviluppo economico, che aveva tra l’altro nominato a capo dei tavoli di crisi (ruolo cruciale per l’industria italiana) un ex deputato 5 Stelle, tale Giorgio Sorial, che non aveva mai visto prima in vita sua un’impresa.

Giuseppe Conte in sintesi dovrà ancora avere a che fare per un bel po’ sia con Beppe Grillo, che si ritiene un po’ il padrone del Movimento da lui fondato, sia con Luigi Di Maio, sia con il fatto che è radicalmente cambiato il mood degli italiani verso i 5 Stelle. Mi sembra quasi una mission impossibile la nuova missione di Conte da leader.

Condividi tramite