Padre Alvaro Lobo Arranz firma per la rivista dei gesuiti un saggio innovativo e importante che respinge l’idea eutanasica senza dividerci in buoni e cattivi. Il testo riconosce che al fondo di molti sì all’eutanasia c’è un’idea di solidarietà, di compassione per chi soffre senza altra speranza. Questo riconoscimento forse stupefacente è la riprova di un ragionamento che invita al dialogo, al confronto, al discernimento

Un nostro caro è nel suo letto di dolore, da mesi. Non ha prospettive migliori del seguitare a soffrire di più. È giusto infliggergli altri tormenti? Sembra questa la base del grande successo dell’idea di legalizzare l’eutanasia.

Di questo tema, divenuto cruciale per le nostre società, italiana e europee, si occupa La Civiltà Cattolica, nel numero in uscita il prossimo sabato. È un testo innovativo e importante, che respinge l’idea eutanasica senza dividerci in buoni e cattivi. Il saggio riconosce che al fondo di molti sì all’eutanasia c’è un’idea di solidarietà, di compassione per chi soffre senza altra speranza che continuare a soffrire, e soffrire ancora di più. Questo riconoscimento forse stupefacente è la riprova di un ragionamento che invita al dialogo, al confronto, al discernimento. Per questo ricorda all’inizio che esiste un accanimento terapeutico che la Chiesa condanna. Ma se questo è noto il testo è importante per la scelta di studiare il percorso culturale, non scientifico né dottrinale.

Si può dire che parta da una domanda: come mai siamo qui? Padre Alvaro Lobo Arranz, divenuto una firma importante negli ultimi anni per la rivista diretta da padre Antonio Spadaro, non ci dice che se ci sono state così tante firme all’iniziativa per il referendum che vuole legalizzare l’eutanasia è tutta colpa di Sartre, sebbene individui le responsabilità dell’esistenzialismo meglio di tanti altri. No, parte da cambiamenti profondi, e il primo che affronta è quello nella stessa medicina: “La progressiva privatizzazione del sistema sanitario favorisce la creazione di nuove prestazioni. Il fenomeno in sé non è negativo, ma comporta un problema: sta cambiando la percezione della sanità e degli operatori sanitari. Il lavoro di questi ultimi non è più visto soltanto come garanzia della cura della salute: viene riorientato in funzione dell’interesse del cittadino e del massimo benessere. I pazienti vengono visti come clienti, e la malattia diventa un’opportunità di profitto. A poco a poco, la percezione della salute si altera, e così il significato dell’intervento sanitario si propone come fine non più la necessità del paziente, ma l’accontentarne i desideri. Pertanto nelle facoltà di Medicina cresce il numero degli studenti propensi ad accantonare il prestigio e la vocazione di servizio della loro professione, perché la considerano come un modo per servire clienti più che pazienti”.

La pandemia non ci ha detto quanto ci serva personale votato al servizio? Qui l’autore considera un primo elemento: i progressi della scienza sono tali da farne un nuovo onnipotente. Ma proprio questo disarticola la linea sottile che separa il bene dal male. La scienza comporta grandi progressi, interventi e trapianti impensabili solo pochi anni fa, ma comporta anche clonazione e nuovi armamenti, come il progetto del transumanesimo. Confondere il permesso e il possibile non è materia scientifica, e l’eutanasia non comporta grandi progressi, ma comporta un possibile sviluppo sistemico che confondendo permesso e possibile può portarci dove non vorremmo. Perché? Perché dopo il crollo del muro di Berlino è successo qualcosa di enorme: è cominciata un’epoca nella quale il liberalismo economico si è presentato come “unico modello attuabile per le democrazie, riunendo attorno a sé tutte le potenze, eccettuata la Cina, che seguiva un percorso diverso. D’altra parte, la realtà del cambiamento climatico e la passata crisi economica – ma anche quella che si annuncia ora – ci ricordano che le risorse sono limitate e che questo sistema neoliberale può portarci al collasso esattamente come quello precedente, spazzando via dalle nostre teste un’altra utopia politica. Al di là dei cambiamenti politici, le nostre società hanno subìto trasformazioni assai profonde. Le nuove forme di liberalismo hanno fossilizzato il sentimento della solidarietà. E se nel corso dei secoli XIX e XX la questione della condizione operaia era associata all’idea di progresso e al miglioramento di una situazione ingiusta, la natura attuale dei lavori – più specializzati e meno fisici – fa sì che poche persone si identifichino come operai e sentano di far parte di una classe sociale distinta, chiara e definita. Troppi cittadini assistono isolati al miglioramento della tecnologia e dell’economia, ma non della loro precaria condizione. Questa realtà, pertanto, mette in discussione un’idea di progresso inteso come miglioramento della vita delle persone e dei popoli e impone nuove categorie a questo riguardo”.

Eccoci dunque all’eutanasia: è un nuovo diritto civile. E qui arriva il colpo culturale, davvero magistrale: “Una delle grandi sfide che si prospettano alla maggior parte dei Paesi europei è costituita dall’invecchiamento e dalla solitudine della popolazione, con il connesso aumento delle spese sanitarie e sociali, che, insieme alle pensioni, obbligano ad adeguamenti necessari per assicurare il funzionamento del sistema. D’altra parte, l’utilitarismo di cui è intriso il modello capitalistico porta a valutare ogni singola persona in funzione del costo-beneficio rispetto all’insieme dei cittadini, e così sorge la tentazione di valutare ciascuno in base non alla sua dignità, ma alla sua capacità economica. Una tentazione che non lascia spazio alla riflessione, e fa degli anziani e dei malati le comunità più vulnerabili e meno visibili. Da tempo è noto che la grande alternativa per ridurre la sofferenza terminale della vita, su cui la scienza e la bioetica si trovano d’accordo, è la proposta delle cure palliative. Una possibilità umanizzante, che continua a fare progressi e che offre risultati soddisfacenti per gli operatori sanitari, per le famiglie e per i pazienti, e si propone di accompagnare il dolore e di fare in modo che ogni persona si senta riconciliata con se stessa, con i suoi cari e con il mondo. Ma oggi persone affette da patologie gravi – come la sclerosi laterale amiotrofica, per fare un esempio – lamentano di non avere risorse sufficienti, e l’abbandono da parte della società le spinge a decisioni disperate. Ad alcuni politici l’opzione delle cure palliative non interessa, in quanto sembra troppo costosa in confronto all’eutanasia, e anche in questo caso l’esistenza di molte persone viene subordinata a criteri economici”.

Queste cure palliative, aggiungo, non sempre sono suggerite, proprio nel nome di quell’accanimento terapeutico “grigio” che può indurre a ritenere che l’eutanasia sarebbe la soluzione.

Ma parlare di questo in una democrazia dove i dibattiti sembrano fatti più per aumentare i consensi che riflettere insieme, rendendo i Parlamenti dei social media, è complesso. Tutta colpa di Sartre? No, ma è interessante che il liberismo imperante possa trovare in Sartre un alleato importante. L’autore infatti aggiunge: “Una delle correnti filosofiche che ha influito di più sulla cultura attuale è stata indubbiamente l’esistenzialismo, che ha avuto in Jean-Paul Sartre uno dei suoi principali rappresentanti. Si tratta di una proposta che sostiene il ruolo unico e determinante dell’«io», capace di decidere ciò che è e ciò che vuol essere al di là di qualsiasi realtà data”.

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