A forza di navigare tra scandali, ostacoli e regolatori imbufaliti, l’azienda di Zuckerberg pensa alle contromisure. Dietro il rebranding, la svolta verso giovani e il metaverso c’è la strategia per reinventarsi anticipando il futuro

Non sono giorni facili in casa Facebook. Lunedì il fondatore e amministratore delegato Mark Zuckerberg ha parlato agli investitori del terzo trimestre, durante il quale l’azienda è stata coinvolta nell’ennesimo scandalo e tenuta sotto il fuoco incrociato di giornalisti, genitori, politici e regolatori per via di quanto è emerso dai documenti della whistleblower Frances Haugen.

I profitti in aumento del 17% (sotto le aspettative degli analisti) e i quasi 3 miliardi di utenti attivi (senza contare Instagram e WhatsApp) non riflettono la gravità del danno d’immagine. Infatti non sorprende che Zuckerberg fosse sulla difensiva. “Le critiche in buona fede ci aiutano a migliorare”, ha detto, “ma secondo me ciò che stiamo vedendo è uno sforzo coordinato per utilizzare selettivamente i documenti trapelati per dipingere un’immagine falsa della nostra azienda”.

In estrema sintesi si è detto che l’azienda era a conoscenza dei modi in cui i propri servizi impattano negativamente sull’equilibrio psichico di alcuni utenti (ragazzine in primis), evidenziano contenuto polarizzante e diffondono disinformazione potenzialmente pericolosa.

La linea di Zuckerberg, non priva di fondamento, è che i problemi di cui sopra sono riflessi della società. “Ciò significa che, qualunque cosa faccia Facebook, non li risolveremo mai da soli”, ha aggiunto, invocando l’azione dei regolatori. Ogni processo di moderazione e limitazione della libertà di parola è una scelta “politica”, come la scelta tra criptare le chat o renderle disponibili alle autorità, dunque sta alle istituzioni decidere che genere di compromessi s’hanno da fare.

A ogni modo, la reputazione di Facebook (assieme a quella del suo fondatore, nonché maggiore azionista) è in sofferenza dal caso Cambridge Analytica (2016). Davanti agli investitori l’ad ha confermato quanto emerso dai documenti trapelati, ossia che l’azienda non riesce più a coinvolgere gli utenti più giovani – e cerca di correre ai ripari. Il capo di big F ha spiegato che il business pubblicitario della sua azienda sta facendo i conti con “un’incertezza notevole”.

Da qui la svolta: pare che l’azienda “madre” cambierà nome, forse già questa settimana. Zuckerberg ha anche annunciato una riorganizzazione generale dei servizi con i giovani adulti come “stella polare”, piuttosto che “ottimizzare per il maggior numero di persone anziane”. Ci vorranno “anni, non mesi”, si dovrà puntare sui video brevi e far competizione a TikTok, si perderanno molti utenti meno giovani sulla via, ma la strada pare segnata: niente più versioni di Instagram per under 13, massima concentrazione sul far rientrare i giovani all’ovile.

Tuttavia la vera rivoluzione di Facebook sarà ancora più lenta. Da qualche mese si parla sempre più di “metaverso”, cioè l’estensione digitale della realtà fisica, uno spazio virtuale condiviso accessibile da ovunque, con più mezzi. Dopo anni di ricerca e investimenti in realtà aumentata e virtuale, visori e affini, la divisione nota come Facebook Reality Labs è alla frontiera di un settore che sta per decollare – e vuole dominarlo.

La settimana scorsa Facebook ha annunciato che avrebbe assunto 10.000 dipendenti in Europa nei prossimi cinque anni per lavorare al metaverso. Lunedì Zuckerberg ha spiegato che i risultati finanziari di quella divisione, dove stanno iniettando miliardi, d’ora in poi saranno pubblicati separatamente. “Questo investimento non sarà redditizio nel prossimo futuro”, ha detto agli analisti, “ma fondamentalmente crediamo che il metaverso prenderà il posto dell’Internet mobile”.

Queste scommesse a lungo termine parlano di un’azienda che cerca un pivot verso tecnologie e mercati nuovi, nei quali non portarsi dietro il bagaglio di controversie. E l’attenzione di Zuckerberg per il metaverso, espressa in più interviste e interventi, suggerisce che lui voglia essere ricordato come colui che l’ha costruito. Altri titani dell’industria tecnologica si sono “sfilati” dalle rispettive aziende – Bill Gates da Microsoft, Larry Page e Sergey Brin da Google, Jeff Bezos da Amazon – e si sono dedicati a progetti più altisonanti, in linea col retaggio che vogliono lasciare. Mark sembra intenzionato a reinventare.

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