Gael Giraud, gesuita economista, per primo ha parlato di transizione ecologica e sulla rivista diretta da padre Spadaro ha scritto che il papa, proponendo il salario universale, indica chiaramente che bisogna rivolgersi a tutti i “lavoratori”, anche alle casalinghe. Concetti espressi fin dall’inizio della pandemia e non solo ora

Ci sono delle espressioni che davanti a successivi avvenimenti acquisiscono più evidenti significati, o ne perdono. Nella prima fase del pontificato di Francesco la frase “questa economia uccide” è stata molto citata, e riferita a fenomeni relativi al Terzo Mondo. Poi la pandemia probabilmente l’ha spiegata meglio.

La drastica riduzione in alcuni Paesi tra i quali anche l’Italia delle terapie intensive non è stata il prodotto di una scelta di razionalizzazione, ma economica. Molti hanno detto che le spinte rigoriste che ci hanno obbligato a tagli importanti l’hanno sterminata, altri che è stata una conseguenza della finanza allegra. Comunque la si pensi questa economia non ha forse impedito di curare molte persone? “Questa economia uccide” è diventata così una frase capace di dirci qualcosa di diverso da quanto avevamo capito in precedenza. E quindi ricordarci che all’inizio della pandemia su La Civiltà Cattolica il gesuita Gael Giraud aveva scritto: “La diffusa privatizzazione dell’assistenza sanitaria ha portato le nostre autorità a ignorare gli avvertimenti fatti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) in merito ai mercati della fauna selvatica a Wuhan. […] E abbiamo ridotto la nostra capacità ospedaliera in nome dell’ideologia dello smantellamento del servizio pubblico, che ora si mostra per quella che è: un’ideologia che uccide”.

Da tempo, ritengo proprio dall’esplosione della pandemia, Francesco ha scelto di spingersi oltre sulla stessa strada. È infatti dall’inizio della pandemia che ritorna sulla necessità di una forma di retribuzione minima e garantita. Non ha sposato un modello specifico tra i molti proposti, ma ha dimostrato a un mondo distratto di aver colto la centralità di questo problema. È tornato sul tema in occasione del suo discorso ai movimenti popolari in questi giorni e finalmente qualcuno se ne è accorto. Ma i pochi commenti reperibili hanno dimostrato che non tutto, o spesso non molto, è stato capito. Dunque è bene partire dalle parole di Francesco. Il quotidiano dei vescovi, Avvenire, è giustamente partito da questa frase: la pandemia “ha fatto vedere le disuguaglianze sociali che colpiscono i nostri popoli e ha esposto – senza chiedere permesso né scusa – la straziante situazione di tanti fratelli e sorelle, quella situazione che tanti meccanismi di post-verità non hanno potuto occultare”.

Dunque nell’epoca delle fake news si è affermata una post-verità. Non è bene riflettere? Non è bene interrogarsi su cosa potrebbe significare? Sembra di no. Questo punto è completamente sparito, probabilmente per la ripetizione più suggestiva e forte di due ricette concrete: “Il salario universale e la riduzione della giornata lavorativa”. Ha colpito sentire la voce del papa ripetere quel che afferma del 2020. E si può dire che sia stato un bene. Quanto aveva scritto in precedenza al riguardo evidentemente non aveva colpito ugualmente. Dunque il papa ha parlato di salario universale. Ma perché? La risposta è chiarissima: per il papa è “compito dei governi stabilire schemi fiscali e redistributivi affinché la ricchezza di una parte sia condivisa con equità, senza che questo presupponga un peso insopportabile, soprattutto per la classe media – generalmente, quando ci sono questi conflitti, è quella che soffre di più”.

Strano, Francesco, il pauperista, è tra i primi che si accorge della lenta sparizione dei ceti medi? No, l’hanno notata in molti, ma pochi hanno notato come la distanza tra nord e sud del mondo sia data proprio dal fatto che non si è riusciti ad allargare ma a restringere in molti Paesi i ceti medi. Ora non sta accadendo anche da noi? Qui, per quanto accade in Europa e non nel Terzo Mondo, c’è una consapevolezza nel discorso del Papa che mi sembra emergere: la rabbia dei poveri è una cosa, la rabbia degli impoveriti è un’altra cosa. Non ce ne siamo ancora accorti? Ma è anche il caso di capire cosa leghi la prima generica proposta di salario universale alla seconda, molto specifica. Per Francesco dopo il salario universale “la riduzione della giornata lavorativa è un’altra possibilità”. E “occorre analizzarla seriamente”. Nel XIX secolo “gli operai lavoravano dodici, quattordici, sedici ore al giorno”. Quando conquistarono la giornata di otto ore “non collassò nulla, come invece alcuni settori avevano previsto”. “Allora – insiste il papa – lavorare meno affinché più gente abbia accesso al mercato del lavoro è un aspetto che dobbiamo esplorare con una certa urgenza”. Perché “non ci possono essere tante persone che soffrono per l’eccesso di lavoro e tante altre che soffrono per la mancanza di lavoro”.

Eccesso di lavoro, mancanza di lavoro. È una lettura del contesto odierno che ci manca terribilmente e con è pauperismo, ma attenzione sociale a fenomeni nuovi e di urgente lettura.

Nella buona sostanza Francesco dice che bisogna sforzarsi di prosciugare l’area del malessere sociale per disoccupazione o inoccupazione allargando i cordoni del lavoro, non restringendoli. Ecco perché propone il salario universale. Possono esserci tante diverse idee di “salario universale”, che indica però a tutti diversi problemi. Un recente rapporto internazionale sottolinea che mentre alla fine del secolo scorso un manager d’azienda guadagnava mediamente 40 volte quanto percepiva un impiegato oggi si arriva facilmente a 400 volte tanto. È una mutazione del capitalismo di cui tutti hanno consapevolezza, ma pochi parlano. Non varrebbe la pena capire rabbie e discorsi sulle famose élite, citate anche dal papa nel suo discorso, per entrare in sintonia con la realtà d’oggi?

Qui vale la pena tornare a Gael Giraud, il gesuita economista che per primo ha parlato di transizione ecologica e che sempre su La Civiltà Cattolica ha scritto che il papa non sceglie tra i tanti modelli proposti ma indica chiaramente che bisogna rivolgersi a tutti i “lavoratori”. Che vuol dire? Per Giraud vuol dire, ad esempio, anche le casalinghe. Non lavorano, per i nostri economisti che ritengono che a ogni salario corrisponda una prestazione. Ma Giraud già allora spiegava che il reddito universale proposto dal papa non è una ricetta, ma un campo largo nel quale possono esserci proposte: “Queste sue affermazioni significano forse che il Santo Padre abbraccia la causa di un reddito universale, versato a tutti, senza condizioni? O egli intende difendere il principio del giusto salario per tutti i lavoratori?”.

Francesco sembra voler aprire un confronto senza dire lui quale sia la soluzione, ma è importante in questo campo largo considerare almeno questo, nelle precise parole, di un anno fa, di Gael Giraud. L’autore ipotizza un reddito universale senza restrizioni di poco più di 7 dollari giornalieri per garantire a chiunque una vita dignitosa. “Nel 2018, oltre 4,2 miliardi di persone (il 60% della popolazione mondiale) vivevano ancora al di sotto di tale soglia, e questo numero aumenterà notevolmente nei prossimi mesi a causa delle conseguenze catastrofiche del lockdown. Quale flusso di reddito annuale sarebbe necessario per consentire a questa gente di vivere al di sopra di tale soglia? Senza entrare nei dettagli dei calcoli sulla parità del potere d’acquisto, possiamo rispondere che costerebbe meno di 13 mila miliardi di dollari. Questa può sembrare ad alcuni una cifra considerevole: è vicina al Pil nominale della Cina nel 2018. Tuttavia, uno studio della Ong Oxfam mostra che, nello stesso anno, l’1% degli individui più ricchi del Pianeta ha percepito un reddito annuo di 56.000 miliardi di dollari (pari all’80% del Pil mondiale). Se solo «prelevassimo» un quarto di tale reddito, esso sarebbe sufficiente per finanziare un reddito base di 7,4 dollari al giorno (e anche di più) per quella parte dell’umanità che ne è privata. Dopo il «prelievo», al più alto percentile di questi super-ricchi resterebbero ancora in media 47.500 dollari di reddito mensile a persona: questo dovrebbe essere sufficiente per consentire loro di continuare a condurre una vita dignitosa”.

Rendersi conto di questo è molto più semplice e importante di dire che ogni retribuzione o salario deriva da una prestazione. Gli squilibri possono spezzare ogni equilibrio se si esagera.

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