Dopo lo scandalo della Chiesa francese, padre Zollner, docente alla Gregoriana e consultore della commissione pontificia per la protezione dell’infanzia, ha chiesto che dopo la Francia sia ora l’Italia ad aprirsi al lavoro di chi può appurare la realtà dell’abuso nel corso dei decenni passati. È il solo modo per dare il dovuto a tutte le vittime ma soprattutto per archiviare una visione di autorità

Il rapporto indipendente sugli abusi a danno di minori in Francia contiene dei dati di fondo di estremo rilievo che vanno valutati nella loro enorme portata. Se molto si è detto sull’entità del disastro – “la mia, la nostra vergogna”, ha detto papa Francesco – sottolineando giustamente che dal 1950 a oggi si calcolano circa 300mila abusi (che non vuol dire sempre violenze o stupri, ma appunto, abusi) è stato citato meno il fatto che i religiosi fedifraghi, cioè che hanno abusato di minori, ammonterebbero a qualcosa come il 3% del totale complessivo.

È un elemento che aggrava il senso di smarrimento. Un’istituzione piegata da pochi, probabilmente per la paura che denunciarli avrebbe causato una perdita di buona reputazione. Anche altrove, in altri Paesi che sono stati interessati dalla piaga degli abusi, è emerso in passato un “insabbiamento per tutelare il buon nome”. A questa possibile lettura, resa ancor più grave dal fatto che parliamo di un numero contenuto di rei, si aggiunge un altro elemento di grande rilievo citato dai curatori del rapporto già nella loro illustrazione e ripreso da tutta la stampa francese. Questo dato riguarda il gran numero di abusi risalenti agli anni ’50 e ’60. Secondo lo studio infatti gli abusi compiuti da religiosi sono una percentuale contenuta di quelli compiuti nella società nel suo complesso, a cominciare da quelli perpetrati in famiglia. Ma lo studio dice molto di più: se la maggioranza delle “aggressioni” da parte di religiosi – il 56% del totale – si sono verificate nei decenni ’50 e ’60 del secolo scorso, si nota anche che mentre allora erano una parte significativa e alta del totale registrato nella società del tempo, pari all’8%, nei decenni successivi è scesa al 2,5 e poi al 2%.

Sono elementi da approfondire, rilevanti e molto significativi, per il fenomeno in sé, per una comprensione del dato familiare dell’abuso, ma in questo ambito soprattutto per la lettura ecclesiale. È infatti noto che sino ad oggi si è parlato di abusi a decorrere dagli anni ’70. Quasi che il ’68 e la rivoluzione sessuale avessero aperto le porte a comportamenti delittuosi anche nella Chiesa, anche tra i religiosi e le religiose.

Qui invece abbiamo uno studio che parla di tendenze molto diverse, fa emergere un dato oscuro relativo agli anni Cinquanta e Sessanta, anni di ortodossia tradizionalista. Dunque non sarebbe il ’68 il punto attorno al quale riflettere. È la concezione del potere il problema. E da questa concezione del potere deriverebbe una concezione dell’obbedienza. L’obbedienza può facilmente diventare silenzio, soprattutto per paura delle conseguenze dello “scandalo”, ma è l’idea di potere che va osservata.

Nella sua lettera al popolo di Dio che vive in Cile, dopo le terribili scoperte sulla copertura dei casi di abuso, papa Francesco ha scritto: “Ho constatato che la mancanza di riconoscimento/ascolto delle loro storie, come anche del riconoscimento/accettazione degli errori e delle omissioni in tutto il processo, ci impediscono di andare avanti. Un riconoscimento che vuole essere, più che un’espressione di buona volontà verso le vittime, un nuovo modo di soffermarci davanti alla vita, davanti agli altri e davanti a Dio. La speranza nel domani e la fiducia nella Provvidenza nascono e crescono dall’assunzione delle fragilità, dei limiti e finanche del peccato per aiutarci a riuscire. Il «mai più» alla cultura dell’abuso, come pure al sistema di connivenze che gli permette di perpetuarsi, richiede che tutti insieme lavoriamo per generare una cultura dell’accoglienza che impregni i nostri modi di relazionarci, di pregare, di pensare, di vivere l’autorità; le nostre abitudini e i nostri linguaggi e la nostra relazione con il potere e con il denaro. Oggi sappiamo che la migliore parola che possiamo proferire di fronte al dolore causato è l’impegno alla conversione personale, comunitaria e sociale, che impari ad ascoltare e ad accogliere specialmente i più vulnerabili. È urgente, pertanto, generare spazi dove la cultura dell’abuso e della connivenza non sia lo schema dominante; dove un atteggiamento critico e di contestazione non venga confuso col tradimento. Questo deve spingerci come Chiesa a cercare con umiltà tutti gli attori che compongono la realtà sociale e a promuovere istanze di dialogo e confronto costruttivo per camminare verso una cultura di accoglienza e di protezione”.

Questa idea del potere, dell’autorità, e quindi delle connivenze, è ciò che ha reso questa ferita una piaga incurata. Dunque il rapporto andrebbe capito anche per lo sviluppo della tendenza all’abuso, per il suo peso sociale negli anni Cinquanta e Sessanta. Ma restando alla Chiesa mi sembra molto importante che padre Zollner, docente alla Gregoriana e consultore della commissione pontificia per la protezione dell’infanzia, ha chiesto che dopo la Francia sia ora l’Italia ad aprirsi al lavoro di chi può appurare la realtà dell’abuso nel corso dei decenni passati.

È il solo modo per dare il dovuto a tutte le vittime ma soprattutto per archiviare una visione di autorità. Le vittime sono parte della Chiesa, sono Chiesa, la loro voce dunque non è esterna, ma dentro la Chiesa. Il sistema clericale che li percepisce come esterni alla Chiesa va soppiantato da quello della Chiesa che è di tutto il popolo fedele di Dio.

(Foto: Éric de Moulins Beaufort-presidente della Conferenza dei vescovi di Francia)

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