L’Indo Pacifico ha dimensioni tali da raccogliere le attenzioni del mondo, per questo fa da contenitore (delicato) di molti dei temi trattati al G20

Secondo Francesco Galietti, analista indipendente di rischio politico-regolatorio e fondatore di Policy Sonar, il Giappone non sarà distratto dalle elezioni quando in questi giorni si è trovato a discutere con le altre potenze del G20. “La strategia giapponese è dettata dalla geopolitica e non da agende elettorali. In altri termini: la parola d’ordine per Tokyo sul fronte Indo-Pacifico è continuità”. L’Indo Pacifico è in cima alla lista delle priorità di Tokyo, sottintende Galietti, e altrettanto centro di diverse dinamiche e tematiche affrontate nella riunione dei Grandi ospitata a Roma.

È la dimensione umana, economica, politica del quadrante che ne detta il valore sul campo degli affari internazionali. Esteso dalle coste orientali dell’Africa e fino a quelle occidentali degli Stati Uniti, l’Indo-Pacifico crea il 60 per cento Pil globale e due terzi della crescita globale: come ha recentemente ricordato l’Hrvp Josep Borrell sul blog dell’ufficio per le politiche estere dell’Ue “entro il 2030, la stragrande maggioranza (90%) dei 2,4 miliardi di nuovi membri della classe media verrà dalla regione”.

Se il Giappone è parte centrale — l’idea di elevare Indo Pacifico ad ambito determinante degli affari globali nasce dai pianificatori di Tokyo — altrettanto lo sono Cina e Indonesia, Australia, Stati Uniti, India, Regno Unito e Unione europea (con la Francia che grazie ai Territori d’Oltremare si sente Paese regionale). Il G20 è uno spazio in cui solitamente vige la regola della sensibilità diplomatica: le tensioni vengono lasciate sotto traccia per mandare il segnale che i più grandi Paesi del mondo riescono a trovare un punto di incontro, un momento di dialogo assoluto, almeno sui grandi temi globali.

Temi che inevitabilmente passano dall’Indo Pacifico, dove le grandi dinamiche internazionali si stanno muovendo. A cominciare dalla strategia di contenimento che gli Stati Uniti hanno pensato contro la Cina, nella regione si osservano potenzialità e problematiche del momento. La corsa tecnologica che per esempio passa anche dalla forza industriale di Taiwan nel settore dei semiconduttori, si trova davanti le pretese che Pechino avanza in forme via via più dure per arrivare all’annessione dell’Isola (che il Partito/Stato considera una provincia ribelle).

Ma anche le questioni legate alla paura di destabilizzazioni. Se nel 2013, l’ex ministro degli Esteri indonesiano Marty Natalegawa diceva che la regione doveva passare da un “deficit di fiducia alla costruzione di una fiducia strategica”, ora assistiamo a qualcosa più simile al contrario. La quota della spesa militare globale dell’Indo-Pacifico è passata dal 20 per cento nel 2009 al 28 nel 2019 e sta aumentando ulteriormente. Molte dispute — per esempio quelle marittime sulle aree di pesca (anche questo un tema globale da G20, che passa inevitabilmente dalle acque dei due oceani) — stanno incrociando le minacce militari; vedere quanto succede tra Cina e Filippine.

O ancora, continuando con gli esempi, vale la pena di citare le tensioni sino-australiane: la situazione già non eccezionale tra i due paesi è tutt’altro che migliorata con l’Aukus, perché la dotazione di sottomarini nucleari di Canberra (facilitata da Washington e Londra) è chiaramente un atto di deterrenza nei confronti di Pechino e delle sua ambizioni egemoniche nella regione. Tensioni che si ripercuoteranno sulla richiesta cinese di adesione al Comprehensive Progressive Trans-Pacific Partnership. E a loro volta si ripercuoteranno sulle catene di approvvigionamento globale — che tagliano l’Indo Pacifico.

Le catene del valore sono uno degli elementi discussi al G20, messe in crisi dalla pandemia che ne ha mostrato tutte le debolezze e accelerato le sensibilità. Quando i leader dei grandi Paesi hanno discusso di come rafforzarle e di come rendere il commercio più sostenibile, l’Indo Pacifico è stato un quadrante di riferimento. Dinamiche energetiche e rotte commerciali come nel Mar Cinese, centri produttivi come l’India e la Cina o il Vietnam e la Cambogia, polmoni finanziari come Hong Kong o Singapore e Taiwan, sono angoli di quell’enorme regione di mondo che raccoglie sempre più attenzioni. E che il G20 si è trovato a trattare.

 

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