La presidente della Bce Christine Lagarde ammette che il surriscaldamento dei prezzi, figlio del rincaro delle materie prime e della crisi energetica cinese, potrebbe essere strutturale e non più passeggero. E lo pensano anche gli economisti delle Generali

Forse ha ragione Christine Lagarde quando, in un video messaggio al summit B20 organizzato da Confindustria nell’ambito della presidenza italiana del G20, afferma che l’Europa ha un problema che si chiama inflazione. La ripresa post pandemica porterà in dote un surriscaldamento dei prezzi per la verità già in atto, complice il rincaro delle materie prime e la crisi energetica cinese. “Dobbiamo ancora gestire attentamente l’uscita dalla pandemia, perché questa forte ripresa sta creando frizioni che potrebbero frenare la crescita” è la premessa del presidente della Bce.

Lagarde ha rilanciato un monito che aveva già messo in evidenza lo scorso 5 ottobre. Nell’area euro “i rincari sull’energia e le strozzature sulle catene di approvvigionamento globali stanno già frenando la produzione nell’industria”, ha rilevato. “Lo shock di domanda innescato dalle riaperture si combina agli effetti della pandemia sulle forniture. Questo squilibrio dovrebbe essere temporaneo anche se è difficile  prevedere quando questo durerà”. Risultato, “alcuni fattori inflazionistici legati alla ripresa post-pandemia potrebbero creare cambiamenti nella domanda più durevoli, portando a un disallineamento fra domanda e offerta prolungato”.

Insomma, fermi tutti, forse l’inflazione (al 3,2% ad agosto 2021, in aumento dal 2,5% di luglio) non è temporanea. Che ci sia di mezzo l’impennata dei prezzi dell’energia, figlia della crisi cinese e anche della pressione della Russia sull’Ucraina (via North Stream 2) ne sono convinti anche gli economisti di Generali, che in un report firmato da Paolo Zanghieri, Senior Economist di Generali Investments lanciano anche un monito alle banche centrali, Bce in testa.

“L’impennata dei prezzi del gas si è aggiunta come ulteriore ostacolo verso la ripresa delle economie avanzate. Diversi fattori sono alla base dell’aumento del 350% dei prezzi del gas in Europa da gennaio, tra cui scorte basse, sottoinvestimenti passati (aggravati dallo spostamento di capitali verso combustibili più verdi), questioni geopolitiche e meteorologiche come la mancanza di vento che limita la produzione delle fonti rinnovabili europee”, si legge. Gli esperti fanno proprie le preoccupazioni della Lagarde sulla natura strutturale dell’inflazione in atto. “Alcuni di essi potrebbero non essere risolti rapidamente, aumentando il rischio di prezzi del gas costantemente elevati”.

Di più. “Ciò non ha solo un impatto diretto sui prezzi al consumo, ma anche sui costi di diversi settori manifatturieri ad alta intensità di gas, determinando una ricaduta più prolungata sui prezzi. Il risultato si aggiunge alla pressione al rialzo dei prezzi elevati delle materie prime non energetiche, stimolata dall’offerta limitata”. Per tutte queste ragioni, “le prospettive di inflazione più elevata e i rischi per la crescita pongono le banche centrali in difficoltà. Alcune hanno già citato l’aumento dell’inflazione come motivo per inasprire la politica prima del previsto; tuttavia, un percorso di crescita più fragile può anche indurre cautela. Questo difficile compromesso potrebbe tradursi in premi per il rischio di inflazione più elevati. Inoltre, il rischio di una maggiore inflazione e di una crescita più debole è dannoso sia per i corsi azionari che per quelli obbligazionari, portando a una maggiore correlazione, bassi benefici di diversificazione e premi per il rischio più elevati”.

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