Se vogliamo che l’Italia continui a mantenere un ruolo di primo piano a livello internazionale, dobbiamo rapidamente aggiornare gli strumenti essenziali per la nostra competitività. La riflessione di Enrico Borghi, membro Copasir e responsabile politiche della sicurezza Pd

Mentre l’opinione pubblica si concentra sulle elezioni amministrative, e su reazioni sincopate conseguenti come il ritorno di Salvini a una sorta di “papeetismo” di ritorno, scorrono sullo sfondo vicende di cronaca che affondano le loro radici in un tema molto profondo, ovvero la ristrutturazione in atto delle basi economiche e finanziarie del Paese e il ruolo di influenza sull’Italia del capitalismo politico di altre nazioni. Per restare ai titoli dei giornali delle ultime settimane, dal riassetto di Montepaschi alla battaglia per Generali da un lato o al costo dell’energia – che fa riaffiorare il sottosuolo russo come arma di negoziazione per Putin – e allo scontro planetario sui sottomarini australiani, ci si può accorgere che vi sono almeno un paio di fenomeni in corso.

Il primo: una serie di ripercussioni economiche e produttive innescate dalla pandemia, intimamente connessi con in nuovo “balance of power” del XXI secolo. Il secondo: il centro di gravità dell’azione di contrasto all’indebolimento dei sistemi-Paese ha portato a un rafforzamento del ruolo dello Stato, e alla riscoperta del concetto weberiano del “capitalismo politico” come elemento per il mantenimento dell’ordine e di partecipazione delle comunità nazionali alla globalizzazione.

Complice la forte accelerazione data dalla pandemia, il cambio di paradigma si è compiuto: dalla “belle epoque” della globalizzazione dei primi anni Duemila si è passati alla fase dura della globalizzazione, dopo la crisi finanziaria degli anni Dieci, ed ora – per dirla con il titolo di un bel libro di Alec Ross – siamo nei “furiosi Anni Venti” contrassegnati dal conflitto tra Stati e aziende.

Siamo in piena metamorfosi: esistenziale, politica, economica, istituzionale. Non conosciamo ancora lo sbocco di questa evoluzione, ma un dato è certo: nei prossimi dieci anni le nostre vite cambieranno. Se in bene o in male, molto dipenderà dalle strategie e dagli strumenti che sapremo mettere in campo.

Per rimanere al tema economico, se si condividono queste premesse appare di tutta evidenza un dato: se crediamo all’aspirazione per un’Italia che continui a mantenere un ruolo di primo piano a livello internazionale, dobbiamo rapidamente aggiornare gli strumenti essenziali per la nostra competitività. E dentro questo contesto, appare naturale giungere alla riscoperta dell’importanza della cultura della sicurezza.

Anzitutto perché oggi tutti i temi chiave della competitività dovrebbero essere riletti alla luce del concetto di sicurezza: dall’energia alla finanza, dal campo militare a quello sanitario per giungere al tema cyber, è evidente che all’Italia serve una “strategia di sicurezza nazionale” che non sia la somma di provvedimenti settoriali, spesso tra loro incoerenti (pensiamo ad esempio al proposto tema della liberalizzazione e della frammentazione di competenze sulle concessioni idroelettriche mentre mezza Europa le ha blindate rendendole di fatto quasi perpetue e paesi come la Francia le hanno addirittura nazionalizzate!).

E tutto ciò, inevitabilmente, ci rimanda ad una esigenza di implementazione, di rafforzamento e di ulteriore qualificazione della nostra intelligence economica. Anzi, di una sua profilazione specifica.

Gli scenari della globalizzazione ci costringono ad interpretare il concetto di difesa dell’indipendenza dello Stato, del territorio nazionale in un’ottica nuova nella quale gli ambiti di intervento della sicurezza si sono ampliati al campo dell’economia in quanto strettamente connesso con quello dell’interesse nazionale.

Si pensi a cosa sta programmando il presidente francese Macron, con il suo progetto in atto di creazione di uno specifico “Segretariato Generale per l’intelligence economica” (SGIE) finalizzato ad anticipare ed agire di fronte agli attacchi economici che potrebbero indebolire la Republique e indirizzare le autorità pubbliche e i soggetti privati del mondo economico-finanziario sul piano operativo.

La Francia è la terra della “Ecole de guerre economique”, e nonostante ciò si sta rendendo conto che gli strumenti di cui possiede non sono sufficienti per la “guerra economica globale” che stiamo attraversando. E così immagina di varare una struttura multidisciplinare, che rende capillare l’intelligence economica in ciascuno dei ministeri, che vara programmi di ricerca interdisciplinare universitari integrando attori economici e sociali del Paese, che qualifica il comparto della pubblica amministrazione in questa direzione, e che risponde direttamente al primo ministro. Sulla falsariga di quanto noi in Italia abbiamo deciso di fare in un campo analogamente decisivo con la neonata Agenzia Nazionale per la Cibersicurezza.

Questa scelta non è solo un esempio al quale guardare (anche se sul piano operativo il nostro sistema di informazione – anche nel campo economico – non ha lezioni da prendere, quanto piuttosto da darne!), ma è anche un monito. Con una struttura simile, la Francia avrà a disposizione uno strumento di indubbia penetrazione sul piano globale. Pensare che questa cosa non ci coinvolga significa sconfinare nel campo dell’utopia, se non della pericolosa sottovalutazione. E il discorso si potrebbe allargare, sul piano dell’intelligence economica, ad altre realtà statuali, a cominciare dalla potenza cinese e dalle ancora troppo presenti ambiguità sul piano interno verso la “Belt and Road Iniziative”.

L’Italia sta attraversando un delicatissimo percorso di transizione, con le note difficoltà legate alla maggioranza di governo e a qualche sconsiderata iniziativa che gioca a impiombare le ali dell’azione di Mario Draghi. Non possiamo permettere che, dentro questa metamorfosi, si possano insinuare soggetti in grado di sfruttare a loro vantaggio le nostre difficoltà strutturali.

Al contrario, disponiamo di energie interne importanti e qualificate. Ma dobbiamo fare un salto in avanti verso una compiuta e strutturata intelligence economica nazionale.

Deposte le polveri dei ballottaggi, sarà forse il caso di mettere questo tema in cima all’agenda.

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