Il Paese è seduto su due bombe a orologeria: la terrificante crisi economica che ha ridotto alla fame tutti i libanesi tranne i numerosi miliardari che si arricchiscono col cambio nero, e l’impossibilità per Hezbollah di ammettere che ha ucciso Beirut per nascondere di aver ucciso Hariri. Riccardo Cristiano racconta a Formiche.net cosa sta succedendo in Libano negli ultimi giorni e perché

A Beirut è successo qualcosa di incredibile: Hezbollah, cioè “Partito di Dio” di dottrina khomeinista e che da anni insieme a fedelissimi alleati governa il Libano, ha scoperto un’anomalia: nel Paese che controlla da anni il potere giudiziario è indipendente da quello politico. Questo nella cultura politica di Hezbollah non esiste. Così ha convocato una manifestazione di protesta, pacifica. Come sempre accade alle sue manifestazioni pacifiche molti erano armati, un manifestante in particolare recava con sé un lanciamissili tipo RPG. Il piano, riferiscono fonti ufficiose, prevedeva la conquista del quartiere in dieci ore. Il quartiere prescelto per la pacifica manifestazione era lo stesso dove nel 1975 cominciò la guerra civile. Ma un cecchino appostato sui tetti vicini al corteo ha colpito il manifestante con l’arma citata, un miliziano di Hezbollah che aveva combattuto per anni in Siria.

Poco dopo francesi e statunitensi hanno fatto sentire le loro voci ai massimi livelli: riportare la calma, abbassare la tensione. Questo il messaggio dell’Occidente. Dunque nessuno ha parlato di un tentativo di golpe, nessuno ha detto che si era tentato di occupare militarmente Beirut. L’azione del cecchino, che viene da tutti identificato con un cecchino delle Forze Libanesi di Samir Geagea che nega, ha colto di sorpresa i manifestanti, altri armati sono intervenuti, dall’una e dall’altra parte, il corteo si è disciolto. Forse il golpe è fallito allora, ma nessuno ha parlato di un tentativo di golpe.

Passiamo al motivo del confronto. Il Libano ha avuto da poche settimane un nuovo governo dopo una crisi politica che lo ha fatto andare avanti dall’agosto dello scorso anno con in carica un governo dimissionario per il disbrigo degli affari correnti. Questo ha impedito di avviare un negoziato con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale per salvare il Paese dalla bancarotta. Così oggi a Beirut è finita la benzina, non c’è corrente elettrica, i supermercati sono vuoti, gli ospedali sono alla paralisi quasi totale. Il nuovo governo è stato frutto di un compromesso benedetto dalla Francia: la composizione favorisce Hezbollah e i suoi alleati ma pone fine alla paralisi e consente  il negoziato con il Fondo e la Banca Mondiale.

Non si era tenuto presente che il nuovo governo ha fatto decadere anche i ministri dell’esecutivo precedente? Chissà. Infatti il magistrato che indaga sulla gigantesca esplosione che il 4 agosto 2020 ha ridotto in polvere l’intero porto commerciale di Beirut, centralissimo e tra i più grandi di tutto il Mediterraneo orientale, è tornato a inquisire i ministri non più coperti da immunità. Compreso il premier uscente, che è subito partito per gli Stati Uniti. La questione si doveva subito risolvere perché appariva evidente che quanto affermato da un grande intellettuale libanese in televisione, subito assassinato, è proprio verosimile: il porto sarebbe stato fatto esplodere da Hezbollah, che ne ha notoriamente il controllo totale da anni.

I politici vicini a Hezbollah hanno chiesto la sua rimozione per legittima suspicione alla Corte di Cassazione. Che però ha respinto la loro istanza. A quel punto è sceso in campo il leader di Hezbollah e il presidente del Parlamento, suo eterno alleato: entrambi hanno chiesto al governo di rimuoverlo. Ma in Libano, questa è la sorpresa che Hezbollah non si aspettava, il governo non può rimuovere un giudice. E la Corte di Cassazione ha respinto un nuovo ricorso che ne chiedeva la rimozione immediata, sempre per legittima suspicione. A quel punto Hezbollah ha minacciato la crisi di governo, annunciato che i suoi ministri non avrebbero più partecipato alle riunioni di governo e convocato la manifestazione, pacifica. Quell’RPG fotografato da tanti, in mano a un miliziano reduce dai combattimenti siriani, ne è la sintesi e la spiegazione.

Ora rimane da capire perché Hezbollah avrebbe distrutto il porto di Beirut e con esso resi inagibili centinaia di palazzi, rendendo un numero enorme di famiglie senzatetto. Il giorno dell’esplosione, il 4 agosto 2020, era la vigilia dell’annunciata pronuncia della sentenza emessa dal Tribunale Internazionale per l’assassinio di Rafiq Hariri e 22 persone che viaggiavano con lui, il 14 febbraio 2005, nel cuore di Beirut. Sul banco degli imputati c’era una cellula di effettivi di Hezbollah, tutti latitanti. La sentenza ha condannato per assassinio intenzionale e premeditato il capo cellula. Ma nessuna reazione politica a livello internazionale ha riguardato questa sentenza che ha condannato un partito chiave nel governo del Libano per l’assassinio dell’ex premier del Libano. Questa reazione internazionale non c’è stata perché Beirut era in macerie: il Paese rischiava di sbriciolarsi, gli scenari erano non allarmanti, di più. Macron andò di persona in Libano, subito, e chiese due cose: inchiesta e governo tecnico per salvare il Libano e i libanesi.

Ora cosa accadrà? Sul tavolo del governo ci sono tre richieste per tornare alla normalità ed evitare una nuova crisi di governo che paralizzerebbe un Paese in piena carestia: rimozione del giudice inquirente, inchiesta sulle Forze Libanesi, ferma condanna dell’esercito per non essere intervenuto a tutela dei pacifici manifestanti. Ma proprio l’assenza dell’esercito in un frangente del genere fa venire in mente anche opposte connivenze.

I punti due e tre potrebbero anche essere risolti con i giochi lessicali in cui tutti sono maestri. Ma il primo punto è uno scoglio insormontabile: neanche l’alleato di ferro di Hezbollah, il Presidente della Repubblica Michel Aoun, può coprire la rimozione da parte dell’esecutivo di un magistrato confermato dal supremo tribunale competente. Va ricordato che un magistrato inquirente era già stato rimosso, sempre su richiesta degli stessi ministri vicini a Hezbollah.

Così si delinea la via del governo paralizzato: il premier potrebbe dimettersi e restare in carica per il disbrigo degli affari correnti, ma più probabilmente potrebbe non dimettersi, restando alla guida di un governo che non può fare alcunché. Ma la questione è complicata dal fatto che le elezioni sono imminenti e Hezbollah ha paura di perderle. Il consenso traballa, molti capiscono che sulla tragedia del porto la sua condotta copre colpe che non può ammettere. Il Libano è seduto su due bombe a orologeria: la terrificante crisi economica che ha ridotto alla fame tutti i libanesi tranne i numerosi miliardari che si arricchiscono col cambio nero, e l’impossibilità per Hezbollah di ammettere che ha ucciso Beirut per nascondere di aver ucciso Hariri. Ma la magistratura a questo punto non può fare marcia indietro e domenica il Libano che sta con il magistrato inquirente sarà in piazza dei Martiri. Il nome dell’uomo che vuole salvare le istituzioni, facendo in modo almeno che Hezbollah rimanga uno Stato nello Stato e non fare del Libano uno Stato senza poteri dentro lo Stato di Hezbollah, va ricordato: si chiama Tareq Bitar.

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