I vari partiti e gruppi parlamentari già da quest’anno faranno di tutto per snaturare in Aula, nel corso dell’iter parlamentare, una legge sulla concorrenza che già nel ddl di governo soffre di qualche ipoteca di troppo

Il presidente del Consiglio Mario Draghi, nel suo applauditissimo intervento nelle scorse settimane all’assemblea annuale di Confindustria ha mostrato e annunciato un “cambio di passo” perché bisogna “fare di più”. Com’è noto, l’agenda di Draghi è l’unica agenda possibile per un serio rilancio del Paese e consiste essenzialmente nel’attuazione del Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza 2021-2026 e nella progressiva conclusione della campagna vaccinale.

Questa accelerazione dell’azione di governo annunciata da Draghi di fronte ad una larga platea di imprenditori si concreterà in primo luogo nel varo di quella legge di concorrenza che secondo il fitto e rigoroso calendario di attuazione del Pnrr, fatto di step con precise scansioni temporali, sotto l’occhiuto controllo degli organi dell’Unione europea, avrebbe dovuto essere approvata entro il 30 luglio. Ciò che non avvenne soprattutto per la forte impuntatura dei cinque stelle e di Conte nel corso dell’esame nella Camera dei Deputati della riforma del processo penale.

L’ulteriore slittamento della legge da settembre a ottobre è dovuta per un verso al fatto che in azione ci sono potenti forze e lobbies che della difesa del sistema attuale hanno fatto la loro ragion d’essere. Per altro verso, come ha rilevato coi consueti toni fermi e diretti nella stessa occasione il presidente di Confindustria Bonomi “i partiti non mollano nella difesa dei troppi settori sottratti alla logica del mercato”. Oltretutto, la storia recente dimostra che il Parlamento ama molto poco la concorrenza. La legge istitutiva della legge annuale per la concorrenza risale al 2009 e, mentre avrebbe dovuto trattarsi di un appuntamento annuale, c’è stata solo un’edizione della legge sulla concorrenza, tramite un ddl proposto nel 2016 dal governo Renzi, che ha incontrato una difficilissima navigazione in Parlamento, durata quasi un anno e mezzo, col risultato che quell’unica legge annuale sulla concorrenza è stata approvata col governo Gentiloni, in una versione decisamente sfibrata rispetto anche alla non troppa coraggiosa impostazione del disegno di legge governativo.

Eppure, l’Italia, ancora ripiena di bardature, corporativismi, statalismi (molto rafforzati soprattutto nel corso del governo Conte II), chiusure corporative, ordini professionali che impediscono la concorrenza in vari settori del mondo delle professioni, avrebbe bisogno più che mai dell’iniezione di dosi massicce di concorrenza. Come mi è capitato di scrivere in vari miei libri, la concorrenza è sorella gemella della meritocrazia, e l’iniezione di dosi progressive di concorrenza e di dosi progressive di meritocrazia non solo farebbero bene alla giustizia sociale ma consentirebbero l’emersione di nuove risorse idonee finalmente a “liberare la crescita” in un Paese che da quasi venticinque anni sostanzialmente non cresce e che in questo è il fanalino di coda dei Paesi Ocse.

Il ministro per la pubblica amministrazione Renato Brunetta, con un certo coraggio riformatore, ha introdotto e sembra che voglia sempre più progressivamente introdurre dosi di meritocrazia nella Pubblica Amministrazione. “Vaste progamme”, direbbe il generale De Gaulle, ma un programma necessario affinché la Pubblica Amministrazione non sia la palla al piede del Paese come è stata per molti anni. La speranza poi è che si cancelli definitivamente quel “sistema delle spoglie all’italiana”nella PA, introdotto più di vent’anni fa dall’allora ministro della funzione pubblica Franco Bassanini che ha dato un contributo decisivo all’ulteriore degrado di una PA, in cui pur ci sarebbero buoni dirigenti e buoni funzionari, che dovrebbero essere finalmente più valorizzati, in quanto lungi da ogni appartenenza politica, servitori imparziali dello Stato come prevede l’articolo 97 della Costituzione, che non incarnano quei ruoli per nomina politica come è avvenuto per molti grazie a quel sistema delle “spoglie all’italiana”.

Da noi, infatti, il ministro numero 2 successivo a quello 1, ritrovandosi ai vertici dirigenti nominati dal ministro 1 quasi sempre di altro colore, non poteva che lasciare aggiungere i suoi nominati a quelli del ministro 1. Ho citato questo aspetto del sistema delle spoglie perché è stato un grave contributo all’abbattimento di quel po’ di meritocrazia che c’era per certi versi nella PA. Ma la meritocrazia dovrebbe essere estesa a tanti altri settori della vita associata: soprattutto al sistema universitario, al sistema scolastico (a partire dalla selezione dei docenti), e a tanti altri ambiti della vita collettiva. La meritocrazia favorisce, infatti, una selezione e valorizzazione dei talenti (non c’è bisogno di aver letto la parabola del Vangelo per capire di che si tratta) essenziale per il buon funzionamento di una società davvero democratica e liberale e per favorire un buon funzionamento dell’ascensore sociale.

Tornando alla gemella della meritocrazia, la concorrenza, il rapporto presentato dal presidente dell’Autorità Generale per la Concorrenza e il Mercato di cui, secondo la legge istitutiva, il governo è tenuto a tenere conto nella legge per la concorrenza contiene interessanti e mirate proposte ed indicazioni. Al presidente Mario Draghi non manca certo il coraggio ma il problema sta nelle mura che erigeranno certi partiti. Indico solo due settori: le aziende di servizi pubblici locali e quello delle concessioni demaniali marittime, per capirci delle concessioni per le spiagge. Il presidente Bonomi nel discorso all’assemblea di Confindustria ha chiesto che le concessioni siano al massimo quinquennali e che siano previste gare adeguate. La Lega Nord molto esplicitamente, ma sottotraccia altri partiti come il Pd, ben insediato tra i concessionari di spiagge, hanno sempre eretto un muro, nonostante l’Italia sia stata condannata dagli organi di giustizia comunitari per non aver recepito la direttiva Bolkestein. I dati ci dicono che tutto questo tipo di concessioni, dal quale deriva un fatturato intorno ai 14 15 miliardi, attualmente lo Stato incamera circa 200 milioni…; mi sembra che questi dati parlino da soli e siano gravissimi, tanto più in un Paese che ha problemi di finanza pubblica come il nostro. Si è dovuto però prendere atto della rinuncia. Per il rispetto degli equilibri politici su cui si basa il sostengo al Governo, e perché non solo c’è una forte opposizione della Lega ma anche perché il PD difende i concessionari balneari, il Presidente Draghi ha dovuto rinunciare ad inserire qualche forma di liberalizzazione delle concessioni balneari, anche per il fatto che si attendono sentenze, tra cui una rilevante del Consiglio di Stato, su questa materia.

Quanto ai servizi pubblici locali, la fortissima lobby del partito dei sindaci e il Pd hanno sempre impedito che ci fosse qualche forma di seria liberalizzazione. Perfino le società in house di tante comuni sono state considerate da tanti e questi partiti intoccabili. Se pensiamo ad esempio a Roma vediamo il disastro delle municipalizzate come AMA o Atac, mentre l’unica azienda di servizi pubblici locali che ha un buon equilibrio di bilancio ed eroga servizi dignitosi ai cittadini è l’Acea, che è un’azienda mista a capitale pubblico e privato. Una seria liberalizzazione dei servizi pubblici locali, in cui vegeta spesso una sorta di radicata e diffusa nomenclatura di origine partitica, è essenziale perché si liberino finalmente le migliori energie, contribuendo così a migliorare e liberare la crescita anche nel campo dei servizi pubblici locali. Vedremo quali punti saranno inseriti nel ddl sulla concorrenza relativamente ai servizi pubblici locali. Sappiamo tra l’altro che ci saranno altri tipi di semplificazione, misure sulle concessioni idroelettriche, misure di facilitazione per gli impianti di smaltimento dei rifiuti, regole favorevoli all’istallazione di colonnine di ricarica di automobili elettriche ed elementi ulteriori di liberalizzazione nel settore farmaceutico.

Sono vari altri gli aspetti che dovrebbero essere, e in parte saranno toccati, dalla legge sulla concorrenza che giustamente Mario Draghi ha voluto non solo recuperare ma anche prevedere per ogni anno di attuazione del Pnrr. Non resta che contare sul coraggio dimostrato in tutte le cariche rivestite da questo presidente del Consiglio perché finalmente in tutto il Paese si diffondano di più concorrenza e meritocrazia, fattori essenziali per un vero sviluppo dell’economia e della società italiana.

Il problema è che quasi certamente i vari partiti e gruppi parlamentari già da quest’anno faranno di tutto per snaturare in Aula, nel corso dell’iter parlamentare, una legge sulla concorrenza che già nel ddl di governo soffre di qualche ipoteca di troppo, come ad esempio la rinuncia a intervenire sulle concessioni balneari, più qualche altro aspetto.

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