Il presidente francese sta per avviare la costruzione di sei nuovi reattori nucleari modulari, piccoli e avanzati. In parte è una mossa politica per far fronte alla concorrenza presidenziale da destra. Ma la relativa tranquillità della Francia nella tempesta della crisi energetica europea sembra dare ampiamente ragione ai sostenitori dell’atomo

Emmanuel Macron è in procinto di dare il via libera alla costruzione di sei mini-reattori nucleari modulari (detti SMR, small modular reactor), capaci di garantire una produzione energetica flessibile ed economica (oltre che più sicura di una centrale tradizionale) e adatti a lavorare in combinazione con metodi di produzione alternativi, tra cui le rinnovabili. Altri Paesi come Cina, Giappone, Russia e Usa stanno sperimentando con i promettenti SMR, ma la mossa del presidente francese è anche carica di significato politico.

L’anticipazione arriva dal Financial Times ma riflette un trend chiaro nel Paese, a pochi mesi dalle elezioni e in piena transizione ecologica, dove l’opinione pubblica abbraccia sempre più i benefici dell’atomo e la politica si accorda di conseguenza. Sono lontani i tempi in cui Macron prometteva di ridurre le centrali nucleari, sulla scia del disastro di Fukushima del 2011. Oggi i benefici sono sempre più evidenti, i rivali a destra promettono più investimenti nell’atomo e il presidente uscente promette che l’industria nucleare francese “rimarrà la pietra angolare della nostra autonomia strategica”.

Colta tra la crisi energetica europea e le bollette dei Ventisette in rialzo generale, la Francia sta navigando in acque ben più tranquille. Ora come ora l’elettricità in una casa tedesca costa più di 300 euro/megawattora, quella francese poco sotto i 200, cioè quanto la media europea nel 2011 (dati del ministero della transizione ecologica francese). In più circa un quarto dell’energia francese è venduta al prezzo regolato di 42 €/MWh. Il segreto?

Oggi più del 70% dell’energia francese è prodotta da 58 centrali nucleari. La crisi in Ue ha evidenziato i limiti delle rinnovabili – pochi impianti, produzione discontinua e assenza di un sistema di stoccaggio dell’energia in grado di coprire i periodi di necessità – e ha costretto molti Paesi, tra cui Germania e Italia, a riaccendere le centrali a carbone, tra le peggiori fonti di emissioni climalteranti.

Non la Francia, che continua tranquillamente a produrre ed esportare elettricità a basso impatto ambientale. A livello europeo il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire sta spingendo per rivedere il meccanismo europeo dei prezzi dell’elettricità, che secondo lui impedisce ai cittadini francesi di godere appieno della capacità nucleare francese. In sintonia con diversi Paesi dell’Est Europa, Le Maire vuole anche far rientrare l’energia nucleare nella tassonomia europea per i finanziamenti verdi, cosa che ne aumenterebbe la convenienza e sbloccherebbe fondi per ricerca e infrastrutture.

Nel campo avverso figurano Paesi come la Germania, in rapida denuclearizzazione dal 2011. Questi sollevano il problema della gestione delle scorie nucleari e sottolineano, assieme ad alcuni esponenti della sinistra francese, che ogni euro speso in nucleare è un euro perso nel campo delle rinnovabili, vero Graal della transizione energetica (opinione condivisa dalla Commissione europea, che rimanda la decisione sulla tassonomia e difficilmente deciderà prima della nascita del prossimo governo tedesco).

Tuttavia, la realtà delle ultime settimane ha acceso i riflettori sull’inadeguatezza delle infrastrutture rinnovabili, dovuta in parte anche a limiti tecnologici nel settore dello stoccaggio oltre a problemi a monte. Per dirne una, quest’estate i venti deboli hanno fatto generare alle centrali eoliche tedesche un decimo di quanto avrebbero potuto. Questo è uno dei fattori che ha contribuito (seppur marginalmente) all’impennata dei prezzi dell’energia, come anche – ironicamente – il costo di emettere CO2 sul mercato europeo, che appesantisce il ricorso alle centrali a carbone.

Finché le rinnovabili non saranno davvero capaci di garantire la resilienza delle reti elettriche, esistono due alternative di transizione capaci di inquinare molto meno rispetto ai combustibili fossili. Una è il gas, che va importato (il 41% arriva in Ue dalla Russia) e i cui prezzi sono almeno triplicati nell’ultimo anno, anche a causa dei Paesi asiatici sulla via per la decarbonizzazione che ne stanno facendo incetta. L’altra, con buona pace degli “ambientalisti radical chic” (copyright di Roberto Cingolani), può essere il nucleare. Come spiega su queste colonne Davide Tabarelli, presidente di Nomisma, anche la scommessa sull’idrogeno non può fare a meno del ricorso all’atomo.

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