La strada verso la privatizzazione è lunga e irta di ostacoli, a cominciare da una ricapitalizzazione su cui il mercato potrebbe avere delle remore. Ma alla fine tutte le strade portano a Gae Aulenti. Intervista all’analista e ceo di Alisei Sim

Come una partita a scacchi, il destino del Monte dei Paschi di Siena si decide di mossa in mossa. Dopo il clamoroso stop alle trattative tra il Tesoro azionista (64%) e Unicredit, di cui Formiche.net ha raccontato i retroscena, al ministro dell’Economia, Daniele Franco, non resta che impugnare carta e penna e scrivere alla Commissione europea per chiedere una proroga di 6-8 mesi dei termini necessari a trovare una soluzione industriale per la banca più antica del mondo. La sensazione è che a Bruxelles fossero pronti a un primo fiasco, tanto che dallo staff della commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager, hanno immediatamente rimbalzato la palla a Roma, chiarendo che spetta al governo trovare la giusta via per la privatizzazione di Mps.

UNA STRADA IN SALITA

Gli ostacoli sono tanti. Primo, fare fronte a un aumento di capitale non inferiore ai 3 miliardi, nelle more della ricerca di quel cavaliere bianco che potrebbe essere ancora Unicredit. Al Tesoro non resta che rivolgersi al mercato, che però potrebbe non fidarsi troppo di una banca malmessa come Mps e ultima in classifica dopo gli stress test di luglio. E poi non si può certo pensare di ricorrere al tristemente famoso (Etruria&Co insegnano) burden sharing, la conversione delle obbligazioni in azioni con il serio rischio di una svalutazione di queste ultime che lascerebbe i risparmiatori con un pugno di mosche in mano. Un film già visto, nel 2016.

C’è poi da ripulire i bilanci dalle sofferenze, scaricandole alla società del Mef, Amco, spacchettare i contenziosi legali di Mps, valore 6,1 miliardi, girare le filiali del Meridione al Mediocredito centrale e, infine, individuare un compratore dalle spalle abbastanza larghe che magari vada a genio all’Europa, cui spetterà il bollino sull’operazione. Magari attirato dalla proroga degli incentivi fiscali alle fusioni (le famose Dta, che solo per Unicredit valevano 2,2 miliardi) a giugno 2022. Infine, la mai banale questione degli esuberi.

UN CANDIDATO NATURALE

Formiche.net ne ha parlato con Wolfram Mrowetz, analista, ceo di Alisei Sim e gran conoscitore del mondo bancario. Si parte da un punto fermo: “La partita con Unicredit non è definitivamente chiusa, la banca milanese è e rimane il candidato naturale per il Monte dei Paschi e questo per una serie di ragioni. Tanto per cominciare c’è una forte spinta politica in quella direzione (l’ex ministro e deputato dem Pier Carlo Padoan è presidente di Unicredit e garante de facto dell’operazione), visto che il riassetto delle filiali e i conseguenti esuberi toccano molto da vicino il Pd”, spiega Mrowetz.

“E poi non dimentichiamo che siamo sotto manovra, il discorso di un possibile aumento di capitale a carico dello Stato e dunque dei contribuenti, qualora fallisse il mercato, può far storcere il naso. Per tutte queste ragioni, sono convinto che Unicredit sia il candidato naturale per Mps”. Tuttavia, ci sono dei nodi anche per la stessa banca milanese.

“Per esempio la necessità di un senso industriale all’acquisizione di Mps. Orcel (Andrea, ceo di Unicredit, ndr) non può accettare un’operazione che non porti valore alla banca che guida. E poi non c’è una vera alternativa. Banco-Bpm è troppo piccola per gestire un’acquisizione di questo tipo. Spesso si è fatto il nome di Cdp, che avrebbe potuto fare con Mps il secondo polo bancario, ma onestamente meglio Unicredit, meglio che a comprare sia chi fa il mestiere di banca da sempre”.

IL FATTORE EUROPA

Nell’attesa di capire come procedere, la priorità è però secondo Mrowetz comprare tempo. Ovvero chiedere all’Ue altri 6 mesi. “Ora il governo deve subito ottenere più tempo, una proroga dei termini per il suo disimpegno dal Monte dei Paschi. Credo che a Bruxelles siano molto disponibili a concedere una proroga. D’altronde Mps è al 50esimo posto nella classifica delle banche sorvegliate dalla Bce. Questo vuol dire che anche dalla vigilanza ci dobbiamo aspettare una qualche forma di accondiscendenza e tolleranza”. E la Borsa? Ieri, la caduta del titolo Mps (-2,35% a fine seduta) ha fatto capire come i mercati vogliano una Mps privata. “Lo vuole la Borsa, certo, non stiamo mica parlando di una cassa rurale. I mercati sono allineati all’Europa, che vuole lo Stato fuori dal Monte dei Paschi. Presto o tardi, ma lo vuole”.

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