Il progetto europeo sul cloud, che dovrebbe portare a un’indipendenza digitale, si è impantanato nel solito problema di incapacità decisionale per la complessa struttura organizzativa. E l’influenza statunitense è tutt’altro che arginata

Gaia-X doveva rappresentare l’unità europea sul digitale e invece rischia di diventare l’emblema dell’empasse del vecchio continente. Sul progetto di cloud condiviso, che dovrebbe portare l’Unione a una sovranità digitale per permetterle di smarcarsi dalla pressione delle varie Big Tech, le divisioni interne sono tali che neanche l’appoggio dei Paesi più rilevanti dell’Ue sembra di un buon auspicio.

Nata lo scorso anno dalla collaborazione del ministro dell’Economia tedesco, Peter Altmaier, e dal suo omologo francese, Bruno Le Maire, per “affermarsi nel mondo”, Gaia X sta soccombendo di fronte alle lotte intestine, le diverse vedute sugli obiettivi finali e una burocrazia che ne rallenta il potere decisionale.

La Francia – che nel frattempo ha lanciato Blue, una piattaforma per la gestione dei dati sensibili che dovrebbe inserirsi nel progetto del cloud europeo – aveva tentato, non a caso, di accaparrarsi il ruolo importante di comunicatore con i vari governi. La voglia di Parigi di prendere le redini di Gaia X tra le mani riflette l’ammonimento del presidente Emmanuel Macron riguardo un ritardo digitale da parte dell’Europa, a cui hanno fatto da eco le parole del Segretario di Stato per il settore digitale, Cedric O, che durante una riunione di Gaia X ha esortato ad andare più veloci.

Quella a cui non si vuole andare incontro è una condivisione dei dati sensibili con le aziende americane, sul modello dell’accordo tra AWS e governo britannico stipulato qualche giorno fa in tema di spionaggio. Eppure, con i ritmi così lenti, la strada più facile da percorrere sembrerebbe essere proprio quella. Con il 69% di rappresentanza sul mercato, Amazon, Google e Microsoft dominano i servizi cloud europei. Se confrontato con gli operatori nostrani, dove il più grande operatore è la tedesca Deutsche Telekom con il 2%, il divario appare evidente e preoccupante.

Le aziende americane sanno del peso che rivestono in Europa e non sembrano preoccuparsi della nascita di Gaia X. Non soltanto perché l’hub si sta scavando la fossa con le proprie mani non riuscendo a trovare un punto di unione tra i vari membri quando si tratta di agire nel concreto, ma anche perché il principio alla sua base è quello dell’ascolto e del dialogo con chiunque abbia voglia di migliorare questo progetto, purché nel rispetto dei valori democratici e dei dati sensibili.

Il consiglio di amministrazione è composto infatti dalle europee OVHCloud, Airbus, Orange e ovviamente Deutsche Telekom, ma il coinvolgimento riguarda anche partner extra europei. Tra le crescenti organizzazioni che hanno aderito al progetto – circa 320 dalle poche decine di un anno fa – ci sono alcune che rappresentano gli interessi di aziende esterne, come Bitkom, CISPE e Digital Europe che sono la voce dei vari Amazon, Google e Microsoft all’interno di Gaia X.

L’influenza statunitense, quindi, è ancora molto importante. Specie se si inserisce in un contesto di grande frammentarietà e di difficoltà decisionale per le tante opinioni che chiedono di essere ascoltate. Secondi alcuni, infatti, il ruolo di Microsoft nei comitati tecnici è tutt’altro che secondario. “Ha contribuito in modo massiccio”, afferma Pierre Gronlier, Chief technology di Gaia X, che però smorza i toni ammettendo che “Microsoft ha buone idee ma non sono le uniche, non abbiamo preso impegni specifici per accoglierle”. Insomma, l’Europa prova a sganciarsi e a preservare la sua autonomia, ma ci si interroga su quanto sia in grado di limitare le aziende straniere sul suo mercato e, in caso, se questa sia la mossa giusta. Google, per dirne una, ha stretto la mano con la società francese Orange e quella tedesca Deutsche Telekom.

Il rapporto sdoganato tra le grandi aziende di telecomunicazione europea e i servizi di cloud statunitensi spiega molto bene come per raggiungere l’indipendenza tecnologica l’Europa ha bisogno (ancora) di un aiuto. “Gaia X è un progetto avviato dall’Europa per l’Europa, ma aperto a tutti”, hanno dichiarato da Microsoft. “Tutti i contribuiti a Gaia X, tuttavia, saranno valutati anche da centinaia di partecipanti alla comunità e devono basarsi sui loro meriti tecnici”.

Il potere decisionale, hanno assicurato, rimarrà “in mani europee” e, quindi, in quelle del Consiglio. Anche AWS ha rivendicato il suo ruolo all’interno di Gaia X, “per aiutare i nostri clienti e partner ad accelerare l’innovazione sul cloud in Europa. AWS ha partecipato a più gruppi di lavoro fin dall’inizio e sarà felice di continuare a farlo”.

Come nel caso britannico, la questione centrale in tema di rapporti con le aziende estere rimane dove vengono elaborati i dati. La spaccatura è tra chi vuole che questi rimangano in Europa e chi, al contrario, non chiude alla possibilità di esportarli. In questo modo, l’obiettivo finale di Gaia X (permettere all’Europa di camminare da sola) verrebbe meno, perché l’interesse americano non cesserebbe, tutt’altro.

Anche in virtù delle complicanze sul progetto Gaia X – che alla fine verrà realizzato, assicurano da più parti – l’Europa si muove su altri fronti per raggiungere l’indipendenza digitale. L’associazione Euclidia e l’IPCEI sono degli ulteriori tentativi, ma la partita si gioca principalmente sul Digital Markets Act. La lotta alle aziende Big Tech passa da questa legislazione, un test importantissimo per l’Europa che, però, non trova pieno appoggio da parte di Washington. La competenza americana in tema digitale fa sì che una parte preferirebbe appoggiarsi a chi conosce la materia, piuttosto che tentare un salto nel vuoto, ma trovare un punto di accordo sembra difficile.

Il tema dell’influenza statunitense o chi per lei è l’ennesima conseguenza del problema atavico che l’Europa si porta dietro fin dalla sua nascita: dare operatività alle proprie idee. Soprattutto, non spaccarsi nel momento in cui si è chiamati a prendere delle decisioni per non rischiare di arrivare al punto in cui si trova oggi Bruxelles, immobile perché “ci sono troppi cuochi in cucina”, come ha dichiarato il fondatore di NextCloud, il tedesco Frank Karlitscheck. “Ormai è diventato chiaro che è difficile trovare un consenso tra tutti”.

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