Intervista al professore di Relazioni Internazionali alla Cattolica di Milano: non aspettatevi molto dal G20 di Roma. La leadership europea di Draghi è ancora tutta da vedere, a Berlino e Budapest non ne sono entusiasti. La zavorra italiana si chiama Recovery plan, iniquo e in ritardo. Cina e Russia? Siamo tornati sui binari giusti

Un summit internazionale affollato. Forse troppo perché sia decisivo. Il G20 che si apre a Roma sotto l’egida italiana di Mario Draghi non cambierà davvero le carte in tavola. Parola di Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica di Milano, che a Formiche.net spiega perché rivedere (a ribasso) le aspettative.

Parsi, c’è il rischio passerella?

La passerella non dipende da noi. Ci sono assenze e divergenze importanti. Non aspettiamoci grandi risultati.

È il primo grande test internazionale per la leadership europea di Draghi. È vero che l’uscita di scena di Angela Merkel apre un corridoio per il premier?

Ci andrei cauto. Sicuramente c’è un percorso di avvicinamento tra Francia e Italia, ma la Germania, con tutti i suoi problemi interni, resta un ostacolo alle ambizioni da leader di chiunque. E i Paesi cosiddetti frugali, insieme a Polonia e Ungheria, subiscono poco il fascino di Draghi.

Draghi è a Palazzo Chigi da nove mesi. Che bilancio fa della politica estera italiana in questa fase?

Chiari e scuri. Mi pare l’Italia sia tornata a un posizionamento internazionale più tradizionale e consono, questo è un bene. C’è però un problema grosso come una casa: il Recovery plan. È più indietro di quanto auspicato, e la parte che è avanti è molto più iniqua di quanto promesso. Rischia di rafforzare privilegi antichi e consolidati nel Paese.

A cosa si riferisce?

Penso al discorso di Draghi ai sindacati, a mio parere inaccettabile. A loro il dovere di pensare ai “lavoratori del futuro”, al governo quello di occuparsi dei capitalisti di oggi. Un’economia tutta export-led non è neutrale, può schiacciare i salari, è comprensibile che puntino i piedi.

Torniamo al G20. Con Russia e Cina non sono mancate sbandate negli ultimi anni. Sono rientrate?

C’è sicuramente maggiore consapevolezza dell’Italia ma anche dell’Europa del fatto che la Cina non è solo una potenza emergente, è un problema emergente. Con la Russia siamo un passo indietro, le relazioni con Mosca soffrono di una certa schizofrenia. Da una parte nessuno si sogna di dire che la Russia è un Paese democratico o un partner politico su cui contare, dall’altra l’Europa raddoppia le forniture di gas russo.

Al G20 si parlerà anche di energia. L’Europa ha davvero una via alternativa ai fossili?

Non l’ha nemmeno cercata, né ha provato a trovare un fornitore di gas alternativo. L’Italia, di questo dobbiamo dare atto, ha la quota di produzione di rinnovabili più alta d’Europa. Ma manca una consapevolezza dell’impatto economico di questa transizione.

Cioè?

Dopo due anni di calcoli e previsioni a predire un’impennata dell’inflazione, gli economisti hanno di colpo scoperto la vera causa: la carenza di materie prime energetiche, che si traduce in un rincaro disastroso delle bollette. Ecco, mi sembra che dietro le fanfare sull’economia verde e digitalizzata non ci sia un modello di sviluppo realistico.

Chiudiamo con il summit romano. Gli Stati Uniti hanno raramente avuto in simpatia le ambizioni da pontiere dell’Italia fra Occidente e Oriente, con la Russia, la Cina, il Medio Oriente. Biden non fa eccezione?

Qui è diverso. Sull’ambiente, il Covid, la ripresa bisogna fare i pontieri con tutti.

Anche sull’Afghanistan?

L’Afghanistan, piaccia o meno, non è più al centro dello scacchiere internazionale. L’America è andata oltre, guarda alla Cina. E ha già trovato sponde europee. Nell’Indo-Pacifico ci sono fregate tedesche, sommergibili francesi, navi italiane. Dietro la retorica, la realpolitik si sta muovendo.

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