Al Jerusalem Prayer Breakfast a Roma Salvini e Meloni condannano l’antisemitismo. Una tappa utile per mettere in sordina le critiche contro Michetti a pochi giorni dal ballottaggio. Il leader leghista però applaude anche a Gerusalemme capitale, e vince l’applausometro…

La tregua dell’elefantino dura quasi un’ora e mezzo. A Palazzo della Minerva la destra italiana trova riparo dal turbinio di polemiche che la investe da giorni. Per gli occhiolini alla piazza no-vax, per la reticenza a condannare senza se e senza ma l’estremismo di Forza Nuova, regista dell’attacco alla Cgil sabato scorso.

Il rumore è lontano alla riunione della Jerusalem Prayer Breakfast, il movimento di preghiera presieduto dall’ex membro della Knesset Robert Iliatov e dall’ex deputata del Congresso Usa Michele Bachmann. A fare gli onori di casa a Roma è il senatore leghista Simone Pillon.

Ma in grandi ambasce nel Chiostro del Convento di Santa Maria sopra Minerva ci sono soprattutto Matteo Salvini e Giorgia Meloni, fianco a fianco con l’ambasciatore di Israele in Italia Dror Eydar. Con loro il portavoce del Family Day Massimo Gandolfini, il cardinale George Pell, un drappello di deputati, dal forzista Lucio Malan al leghista Paolo Formentini.

Preghiera e politica si intrecciano senza soluzione di continuità fra canti e discorsi, un must delle “colazioni” della destra cattolica americana di cui Salvini e Meloni sono assidui frequentatori. “Prego con voi, oggi, per un futuro di prosperità e pace, con l’affetto e l’ammirazione di sempre”, esordisce la leader di Fdi. Nessuna parola è lasciata al caso. La deportazione degli ebrei dal ghetto di Roma nel 1943, tuona Meloni, è “opera della follia nazi-fascista”.

Schiaffo servito a nostalgici e revisionisti che ancora affollano una certa destra in Italia. E un chiarimento necessario, oltre che utile, dopo la bufera che ha travolto il candidato al comune di Roma Enrico Michetti, autore due anni fa di un articolo che rispolvera l’equazione banche-ebrei tanto cara alla galassia antisemita. Il mea culpa c’è stato, “un’imperdonabile leggerezza” ha detto il tribuno, ma forse non basta per recuperare la fiducia di un mondo – la comunità ebraica romana – che sa fare la differenza alle urne.

Per questo la Meloni sgombra il campo dai dubbi, “i nemici di Israele sono anche in Occidente”, dice durante la colazione di preghiera. Dopotutto Michetti è soprattutto il “suo” candidato. Il ballottaggio di domenica prossima è una scommessa che porta la sua firma, l’appuntamento che in parte deciderà la futura leadership del centrodestra.

Le fa eco Salvini, con un discorso sul filo dell’emotività, “l’amicizia tra Italia e Israele è un dono e un fiore che va curato ogni giorno”. È lui a vincere l’applausometro, sussurrano maliziosi dalla Lega. Merito di quel continuo riferimento del “Capitano” a Gerusalemme capitale, il nervo più teso nei rapporti con i palestinesi, su cui invece la Meloni preferisce sorvolare. E invece è proprio il cuore di quell’incontro. Tanto che l’ambasciatore Eydar rompe gli indugi: “Io ho un sogno, ed è condiviso da molti: il sogno è vedere la bandiera dell’Italia, questo meraviglioso Paese, sventolare nella Città Eterna di Gerusalemme”.

Antisemitismo e antisionismo, ripete senza sosta la comunità ebraica a Roma, sono due facce della stessa medaglia. Piace poco alla destra romana nuda e pura, da sempre sensibile alle rivendicazioni palestinesi e non di rado incline alle sirene antisioniste. Per Formentini, che siede nel Comitato di amicizia Italia-Israele, non c’è spazio per l’ambiguità: “L’odio per Israele è la forma di antisemitismo più vigliacca e viscida che ci sia”.

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