Proseguono fitti i negoziati fra Spd, Verdi e liberali per dar vita a una “Coalizione semaforo” in Germania. Il cancelliere in pectore Scholz si mostra ottimista ma c’è da sciogliere il nodo austerity. I mercati sono sicuri: ci sarà continuità rispetto a Merkel. Mesini (Iisg): per cambiare servirà un accordo bipartisan

Dalla “zona Merkel” non ci si può allontanare, non ora perlomeno. Le consultazioni in corso in Germania per dare vita alla “Coalizione Semaforo” – Spd, Verdi e liberali della Fdp – partono da qui. I primi incontri del cancelliere in pectore Olaf Scholz con i possibili alleati di governo sono serratissimi. Non un solo comunicato stampa esce dalla lunga maratona negoziale a Berlino: dieci ore lunedì, altre quattro martedì mattina.

È anche questo un segnale di quanto stretta sia la via che porta al primo governo dell’era post-Merkel. L’asse progressista rimane di gran lunga la soluzione più realistica, rispetto alla “Coalizione Giamaica” fra Cdu, Verdi e Liberali. Un’ipotesi, questa, tramontata non senza qualche responsabilità dei democristiani. Durissime in questo senso le critiche rivolte dal leader bavarese della Csu Markus Söder ad Armin Laschet, segretario dimissionario della Cdu e candidato alla cancelleria uscito indebolito dopo una fallimentare campagna elettorale che ha trascinato il partito ai minimi storici.

La strada per il Semaforo però non è ancora in discesa. A frenare le trattative resta l’ostacolo più ingombrante: la politica economica. Sul ritorno dell’austerity a Berlino si gioca il cuore della partita per il governo. Per Scholz non sarà facile trovare la quadra: se i Verdi di Annalena Baerbock hanno costruito un’intera campagna sulla promessa di investimenti pubblici nella transizione energetica, i Liberali di Christian Lindner hanno nel dna il rigore fiscale e non intendono varcare una linea rossa.

“La linea rossa si chiama Schwarze null, la regola dello zero, ormai incastonata nella Costituzione: in condizioni normali il deficit non deve superare lo 0,35% del Pil”, nota Lorenzo Mesini, ricercatore dell’Istituto italiano di studi germanici (Iisg). Per i liberali quel numero è un vero tabù, una nota identitaria. Memorabile la torta a forma di zero consegnata dalla Fdp al presidente della Bassa Sassonia Stephan Weil per il suo compleanno. “Lindner vuole il ministero delle Finanze, si farà sentire – riprende l’esperto– i liberali sono tornati decisivi e vorranno mettere la firma sulla gestione delle finanze”.

Inutile attendersi grandi virate. Già due settimane fa un rapporto dell’agenzia di rating Fitch sgombrava il campo dai dubbi: “Il consenso relativamente solido tra partiti sulla politica fiscale ed economica […] porterà a una linea di continuità con la prossima coalizione di governo”. Dice Mesini: “È difficile cambiare le fondamenta della politica sul debito impostata da Merkel nel 2009 senza coinvolgere la Cdu, servirà un ampio schieramento al Bundesrat e Bundestag”.

La posta in gioco è alta. Dalle sorti dei negoziati a Berlino dipende il nuovo corso a Bruxelles. Con il pressing crescente dei frugali per un ritorno al Patto di stabilità, sospeso durante la pandemia con il decisivo lasciapassare della Merkel, sarà ancora una volta la Germania ad avere l’ultima parola.

Qui si ripropongono le distanze misurate a livello nazionale: i Verdi hanno fatto del superamento dell’austerity un cavallo di battaglia, i liberali tifano per il ritorno allo status quo pre-pandemia, “il debito non crea futuro”, ha tuonato domenica il segretario della Fdp Volker Wissing in un’intervista alla Bild.

Scholz però tira dritto. Tramite i suoi colonnelli fa filtrare ottimismo, un governo semaforo sarà formato “entro la fine dell’anno”, chiosa il vicepresidente della Spd Kevin Kuehnert. Per limare i bordi c’è ancora tempo. Scholz da parte sua ha già creato un canale preferenziale con due interlocutori: Lindner da una parte, dall’altra il co-presidente dei Verdi Robert Habeck, che nelle ultime settimane ha commissariato la Baerbock, sotto accusa nel partito per una campagna che ha deluso le aspettative. Tre uomini di centro, tre politici cresciuti a modo loro alla scuola politica della Merkel. A Berlino, in questi giorni, è l’unica scuola che conta.

Condividi tramite