Le regole, previste dalla legge entrata in vigore il mese scorso, prevedevano trasformazioni sostanziali nel metodo di pagamento tramite le app dei colossi tecnologici. Per l’azienda di Cupertino quello sudcoreano è un mercato di più di 2 miliardi di dollari

È guerra aperta tra Apple e il governo sudcoreano. I nuovi requisiti imposti da Seul alle Big Tech – Apple e Google incluse, naturalmente – non sono ancora stati recepiti dall’azienda di Tim Cook, in quanto l’adeguamento richiesto non prevedeva un cambio di politica interna dell’app store. Le regole, previste dalla legge entrata in vigore il mese scorso, prevedevano trasformazioni sostanziali nel metodo di pagamento tramite le app dei colossi tecnologici.

L’intento era quello di limitare, per quanto possibile, il monopolio delle varie Google Play e App Store, creando un sistema plurale impostato su una concorrenza leale. Gli sviluppatori di app si lamentavano, infatti, delle eccessive commissioni che erano costretti a pagare sugli acquisti. Sulle piattaforme Apple, per esempio, queste arrivavano fino al 30%.

Seppur Google inizialmente era apparsa scettica sulla legge – “Temiamo che sia frutto di un processo affrettato, che non tiene nella giusta considerazione la posizione dei consumatori”, aveva dichiarato Wilson White, direttore senior delle politiche pubbliche -, l’azienda ha comunque notificato al KCC (Korea Communications Commission) di provvedere quanto prima. La prossima settimana, infatti, inizieranno le discussioni con l’autorità, a cui è stato promesso di intervenire come previsto dalla nuova legge anche in materia di adozione di sistemi di pagamento a parti terze. Apple, invece, ha deciso di prendere tempo.

“Questo va contro lo scopo della legge”, ha tuonato a Reuters un funzionario anonimo della KCC. Il rischio che sta correndo la casa di IPhone è l’apertura di un’indagine antitrust da parte delle autorità della Sud Corea nei suoi confronti, con possibili tagli alle vendite in caso di irregolarità e multe che vanno da 275mila dollari fino al 3% delle vendite annuali. Il timore dell’azienda di Cupertino, manifestato apertamente anche alle autorità sudcoreane, riguarda la tutela dei suoi clienti, che con questa legge rischiano grosso in termini di privacy e di cadere in frodi online.

D’altronde, anche se in patria è stata rinominata “legge anti-Google”, in teoria i provvedimenti adottati dal Parlamento dovrebbero ledere maggiormente gli interessi di Apple. Come ha spiegato l’avvocato antitrust Jung Jong-chae, le differenze tra le due aziende “nella volontà di cedere terreno potrebbero essere dovute al fatto che Apple controlla tutto, dall’hardware al sistema operativo (OS) fino al mercato delle app e al sistema di pagamento”. Naturale, quindi, come abbia “più da perdere se il suo dominio si rompe su qualsiasi lato, il che potrebbe portare a richieste di apertura su altri fronti”.

Quali ancora non è dato conoscerli. Quel che è certo è la scomoda situazione in cui si trova in questo momento l’azienda. La legge promossa dalla Corea del Sud non rappresenta un unicum sul panorama internazionale. Negli Stati Uniti, ad esempio, 36 Stati hanno presentato una proposta molto simile insieme a un nuovo disegno di legge per frenare le attività delle Big Tech,  mentre anche l’Unione europea e l’Australia stanno compiendo dei passi in questo senso. Per Apple, però, quello sudcoreano è un mercato che, nel 2019, è valso 2 miliardi di dollari senza contare i 7,3 miliardi di dollari incassati grazie agli affari con gli sviluppatori. Naturale, quindi, che una legge simile possa essere contestata o quantomeno si provi a rendere meno amaro il boccone, che deve essere ingoiato in ogni modo. D’altronde sembra essere questa la linea dura del governo di Seul, almeno per ora.

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