Lo sfilacciamento dell’intento unitario che salutò l’arrivo di Draghi è tanto palese quanto inarrestabile. Se l’equilibrio va in fumo, la scossa di Palazzo Chigi potrebbe arrivare lontano, anche al Quirinale. Il mosaico di Carlo Fusi

Se i fatti prefigurano le tendenze, non c’è dubbio che lo scontro nel Consiglio dei ministri sul reddito cittadinanza spieghi le dinamiche in atto nella politica assai più di mille discorsi.

Il reddito è la misura simbolo dei Cinquestelle, l’ultima bandiera che sventola sul pennone del travolgente successo che fu. Contestarlo o addirittura provare ad espungerlo, vuol dire tentare di archiviare in maniera definitiva una stagione nata all’insegna del M5S perno della governabilità via via sbiadita nel fallimento dei due governi con maggioranze opposte, guidati però dallo stesso presidente del Consiglio.

Non roba da poco. Draghi si è insediato a Palazzo Chigi sulle macerie di quei fallimenti e tenta di governare, con innegabili successi, sulla base della decisioni dei partiti di arrendersi di fronte alle loro incapacità. Un appeasement che è durato alcuni mesi e che ora è in via di esaurimento.

Il reddito è una misura identitaria sulla quale mediare è praticamente impossibile: o lo condividi o lo rifiuti. Nel Consiglio si è creata una spaccatura che non solo testimonia che  si tratta di una materia ideologica (non possono infatti essere 200 milioni l’oggetto del contendere) ma che appunto determina in maniera prioritaria la contrapposizioni tra due schieramenti che possono riprodursi anche in vista dell’appuntamento elettorale nazionale, quando sarà.

La realtà che sia materia incandescente e assai poco maneggiabile è confermata dal fatto che Draghi non ha tentato di mediare, stilema che poco gli appartiene, ma bensì ha momentaneamente cercato di depotenziare  attraverso lo strumento classico del rinvio. Forse si troverà un accorgimento tecnico, però la potenzialità devastatrice del conflitto tra favorevoli e contrari non potrà che essere confermata e riproporsi anche nella legge di Bilancio.

È una faglia che oltrepassa le stanze della presidenza del Consiglio e entra come un fendente nel corpo vivo del Paese. Illustra come il Pd non possa far altro che stringersi nell’abbraccio con il MoVimento, innalzando Giuseppe Conte al ruolo di interlocutore unico pur se  all’interno del mondo pentastellato le spinte contrarie sono forti e agguerrite. Come pure squaderna la tattica di Matteo Renzi di allearsi con il centrodestra su battaglie specifiche ma di grande impatto: vale per il reddito di cittadinanza come sulla giustizia e i referendum promossi da radicali e Lega.

Forse l’avvisaglia di ciò che potrebbe accadere perfino in campagna elettorale, se la legge elettorale non cambierà. Mentre Carlo Calenda vaticina di una maggioranza Ursula con i moderati alleati del Pd a patto che abbandoni il M5S.

SuperMario miete successi nella campagna vaccinale e la stragrande maggioranza dei cittadini si riconosce nella sua azione. Ma virus del logoramento non prevede vaccini. Sempre più il confronto all’interno delle larghe intese prenderà la piega del braccio di ferro. Non al punto di determinare la crisi di governo perché nessuna delle forze politiche ha interesse o capacità di provocarla.

Però lo sfilacciamento dell’intento unitario che salutò l’arrivo di Draghi è tanto palese quanto inarrestabile. Forse è anche per questo che Sergio Mattarella non accetta ricandidature. La scelta di Draghi è stata la risposta d’eccezione a una crisi non ricomponibile con i vecchi assetti. Se quell’equilibrio va in fumo, le conseguenze precipiteranno inevitabilmente sul Colle. Per chi lo occupa adesso, e per chi dovrà farlo tra pochi mesi.

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