A pochi mesi dalle elezioni presidenziali, la Corea del Sud mostra le sue instabilità in un sondaggio Pew: le sfide sono legate alla stagnazione economica e alla disuguaglianza. Un elemento da tenere a mente sia per il valore che il Paese ha nel contesto produttivo e commerciale globale, sia per ciò che rappresenta nel quadro complesso del contenimento cinese pensato da Washington

Il Pew Research Center ha condotto uno studio tra i cittadini di 17 dei più industrializzati Paesi del mondo – titolo: “Diversity and Division in Advancande Economies” – in cui è risultato che la Corea del Sud è il luogo in cui (in generale) alcune divisioni sociali sono più pronunciate. Secondo i dati del più importante istituto di sondaggi nel mondo, Seul affronta sfide proprie legate alla stagnazione economica e alla disuguaglianza.

Un elemento da tenere a mente sia per il valore che il Paese ha nel contesto produttivo e commerciale globale (sede di giganti della tecnologia come Samsung e potenziale modello nel trattarli), sia per ciò che rappresenta nel quadro complesso del contenimento cinese pensato da Washington. La Corea del Sud è tra i principali e più fedeli alleati statunitensi nell’Indo Pacifico, sede di un contingente di deterrenza (la Us Force Korea, composta da oltre trentamila uomini).

Seul è importante sia per il dossier cinese sia per quello nordcoreano, e soprattutto è un elemento di bilanciamento e di aggancio delle dinamiche che ruotano attorno alle alleanze che gli Usa stanno approfondendo nella regione. Esterno al Quad e all’Aukus, è un attore semi-indipendente di primo piano, per questo le sue instabilità sociali sono anche un elemento di politica internazionale.

I sudcoreani sono i più propensi del sondaggio a credere che ci siano forti divisioni sulla religione, secondi solo ai francesi sulla divisione urbano/rurale, e vicini alla vetta in termini di divisioni razziali ed etniche all’interno della propria società. I sudcoreani sono anche tra i più propensi a credere che i loro sistemi politici ed economici abbiano bisogno di grandi riforme (insieme a Stati Uniti, Italia, Grecia e Spagna).

Il cinema e la televisione sono grandi forme di esportazione culturale, film come “Parasite” di Bong Joon-ho (vincitore di quattro premi Oscar nel 2020, tra cui Miglior film), e serie Tv come “Squid Game” parlano appunto delle divisioni sociali e delle disuguaglianze che evidentemente molti sudcoreani soffrono e percepiscono. Recentemente per esempio i lavoratori sudcoreani sono scesi in strada a Seul vestiti come i partecipanti del telefilm Netflix.

La serie sta facendo il record di visualizzazioni (e secondo stime della casa produttrice potrebbe valere 900 milioni di dollari), per questo migliaia di persone frustrate l’hanno usata come forma per attirare attenzione internazionale mentre protestavano per le cattive condizioni del governo di Seul. Squid Game racconta di centinaia di sudcoreani a corto di soldi che – attirati da un enorme premio in denaro – vengono arruolati per competere in una serie di giochi apparentemente semplici ma con uno scenario macabro: chi perde viene ucciso (immediatamente, in modo brutale).

La serie ha un punto di contatto con la realtà sudcoreana attuale: parte dall’impoverimento prodotto (anche come effetto a lunga gittata) dalla crisi economica del 2008. Il personaggio principale, Seong Gi-Hun, è un operaio che ha perso il suo lavoro quando l’azienda per cui ha lavorato per anni è fallita. I suoi flashback tracciano forti paralleli con la vita reale del 2009, il fallimento della casa automobilistica Ssangyong e la conseguente repressione violenta dei dipendenti licenziati che hanno occupato la fabbrica, chiedendo il loro lavoro indietro.

Come ha scritto Max Boot sul Washington Post, la serie è diventata un successo come effetto doppio di capitalismo e globalizzazione. L’uccisione violenta dei concorrenti che falliscono la prova è un’immagine cruenta per dipingere la forte competitività interna in Corea del Sud – dove il sacrificio personale spesso viene valorizzato in termini estremi.

“Continuiamo ad avanzare verso un mondo di uguaglianza con le grida dei lavoratori che hanno riempito le strade e risuonato in tutto il Paese”, ha detto il Kctu, la Confederazione coreana dei sindacati, chiedendo la fine dei contratti di lavoro irregolari e delle leggi che, dicono, non proteggono i dipendenti delle piccole imprese dalla discriminazione. Sui social network i sindacati hanno diffuso video a tema Squid Game per chiedere alle persone di partecipare alle manifestazioni e per attaccare il governo.

“Considerando che siamo arrivati a una situazione Covid relativamente stabilizzata, mentre l’intera nazione si sta preparando per la ripresa quotidiana con una sola mente e un solo cuore, speravamo che la Confederazione coreana dei sindacati si astenesse dal fare uno sciopero in grande stile, ma si è rivelato un risultato deludente”, ha dichiarato un portavoce della Casa Blu commentando le manifestazioni.

Tutto avviene a sei mesi dal voto presidenziale, che vedrà Moon Jae-in lasciare l’incarico al suo ipotetico successore, il leader del partito democratico Dpk, Lee Jae-myung, oppure allo sfidante che i conservatori annunceranno venerdì 5 novembre. La presidenza sta cercando di superare queste criticità spingendo al massimo la vaccinazione – via per favorire la ripresa. Partita in ritardo, la Corea del Sud ha raggiunto quota 70 per cento e prossimamente eliminerà gran parte delle restrizioni per coloro che sono coperti. L’opposizione in qualche maniera fomenta la protesta in un classico gioco elettorale molto rischioso.

Ringraziando i suoi sostenitori per la nomination presidenziale, Lee Jae-myung, ha dichiarato di voler essere un “Bernie Sanders ma vittorioso”, promettendo che col prossimo voto si giocherà la “battaglia finale contro i corrotti”, quella con cui escludere dalla  scena pubblica “coloro che intervengono nella politica attraverso i pubblici ministeri, nei processi commerciali attraverso i giudici, accumulano profitti con società di costruzione e ostracizzano gli artisti stilando delle liste nere”.

Promesse molto simili avevano portato alla vittoria cinque anni fa Moon Jae-in, come ricordano in un’analisi per Ispi Francesca Frassineti e Guido Alberto Casanova: Moon “aveva vinto sull’onda dello scandalo che aveva scoperchiato l’ennesimo caso di collusione tra l’amministrazione pubblica e i grandi gruppi industriali con Samsung in testa”.

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