Sul gas volatilità “estreme” anche per il “comportamento discutibile” del fornitore russo. L’imprenditore e manager, ex Gazprom, legge il mercato energetico tra presente e futuro, dalla sicurezza energetica alla transizione verde

Anni nel settore dell’energia a capo di diverse realtà del settore, tra cui gli ultimi come manager di Gazprom Export in Italia. Per Carlo Bagnasco il mercato energetico è un libro aperto. In questa intervista a Formiche.net l’imprenditore e manager fornisce una mappa completa dell’industria e tocca i dossier più sensibili – la crisi, l’integrazione e la sicurezza energetica europea, la transizione ecologica.

Bagnasco, cosa sta causando l’impennata dei prezzi del gas?

Il primo fattore è la spinta (sacrosanta) della transizione verde. Gli istituti finanziano sempre più malvolentieri i progetti sui combustibili fossili, di conseguenza diminuiscono le aspettative di futura disponibilità di materia prima e gli speculatori giocano su questo. Il secondo è la ripresa dei consumi, che per quanto rapida contribuisce solo parzialmente a spiegare l’impennata dei prezzi. Stiamo assistendo a balzi folli, picchi che non capitavano in un anno intero adesso si verificano nel giro di poche ore a seguito di eventi assolutamente non significativi sul lungo termine.

E il terzo fattore? 

È il comportamento del fornitore russo (fonte di circa il 40% del gas dell’Unione europea, ndr). Ed è inaccettabile nei confronti di un cliente serio come l’Ue. Gazprom negli ultimi mesi ha avuto una comunicazione poco trasparente sulle proprie capacità produttive così come sulla prenotazione e sull’utilizzo della capacità di trasporto sui punti di interconnessione sulla rete, dalla Russia verso la Ue, e non ha completato il riempimento dei propri depositi. Questo genera un panico incontrollato. Sono messaggi aggressivi, che generano confusione e incertezza: mercati e speculatori sono ipersensibili a comunicazioni di questo tipo. E lì si genera la stretta.

Come fa la Russia a influenzare il mercato? 

Il Cremlino sembra sfruttare il gas per inseguire la propria storica voglia di egemonia sugli ex Paesi sovietici nella sfera d’influenza russa, anche attraverso i miliardi che i Paesi come l’Ucraina guadagnano con le tariffe di transito del gas. Questa è una delle criticità del gasdotto Nord Stream 2 (che aggira l’Ucraina, ndr): i russi fanno leva sullo stress economico in Ue per forzare l’autorizzazione di quel gasdotto, dopo la quale la pressione sui Paesi confinanti con la Russia diventerebbe insostenibile. La loro minaccia di rinegoziare contratti, cambiare prezzi e financo interrompere le forniture è assolutamente reale. Questo potrebbe causare gravi problemi di ordine pratico e strategico prima che economico.

Ossia? 

Il problema tecnico risiede nella necessità di mantenere il livello di pressione nei tubi di quei Paesi. Alcuni addetti ai lavori dicono che l’interruzione potenziale del transito rischierebbe di mandare in crac il sistema. Per capirci: se anni fa fosse accaduto un evento eccezionale di danneggiamento del tubo di importazione che arriva dall’Austria portando il gas russo in Italia, noi avremmo avuto fortissimi problemi di pressione e il nordest del Paese avrebbe rischiato di rimanere senza gas. L’Italia, grazie alle competenze delle proprie eccellenti società infrastrutturali leader in Europa – quali Snam per il gas e Terna per l’energia elettrica – oggi ha alcuni strumenti per compensare uno shock di questo tipo, ma in quei Paesi per vari motivi c’è poco o nulla di tutto ciò. Un problema primario di sicurezza nazionale, che si aggiunge al tema economico (tra tariffe di transito e costo di approvvigionamento del gas).

Dunque perché la Germania procede verso l’approvazione di Nord Stream 2? 

Ancora una volta la Germania ha perseguito i propri interessi, geopolitici ed economici. Per le prossime scelte strategiche sarebbe auspicabile un approccio molto più concertato e armonioso tra i Paesi europei. Se ciascuno persegue solamente il proprio interesse di parte non arriveremo mai a quell’integrazione non solo politica ma anche infrastrutturale, e a quella sicurezza energetica che sarebbe sempre più auspicabile. Oggi i mercati sono molto interconnessi ma molto diversi l’uno dall’altro, sarebbe bello se fossero sempre più uniformati.

Cosa pensa della proposta anche italiana di implementare in Ue lo stoccaggio comune del gas e la negoziazione coordinata dei contratti di fornitura?

Noi siamo da questi punti di vista un Paese forte: sia come disponibilità di capacità di deposito di gas, sia come dotazione di contratti di approvvigionamento competitivi e sicuri nel lungo termine, grazie a Eni. Credo che un approccio europeo a guida italiana sarebbe importante e significativo; potrebbe beneficiare delle competenze tecniche e di relazione che l’Italia ha dimostrato con evidenti risultati. Sarebbe invece un peccato se l’Unione non sfruttasse tali eccellenze e puntasse solo sul semplice mettere a fattor comune dei Paesi membri le risorse oggi disponibili, perché in quest’ultimo caso saremmo danneggiati e non ci sarebbe alcun miglioramento della situazione attuale.

Che ruolo ha il gas nella transizione ecologica?

È decisamente poco realistico pensare di non utilizzarlo almeno fino al 2050, a meno che il nucleare non torni in voga. Con l’ottica di passare a idrogeno – ottima opportunità per l’Italia di essere leader nel settore dell’ibridazione metano-idrogeno con Snam, che è già all’avanguardia – e alle rinnovabili. A ogni modo serviranno ancora diversi anni di investimenti e miglioramenti tecnologici: anche se avessimo un’immensa capacità di generazione di energia pulita dovremmo fare i conti con l’adeguamento della rete elettrica.

Cosa deve cambiare?

Un domani avremo generazione rinnovabile diffusa e i cosiddetti prosumer (consumatori e produttori al contempo, ndr) che immettono in rete quello che non consumano. Una rete a prova di futuro richiederà centinaia di miliardi di euro (decine solo in Italia) in investimenti. Ma cambierà il paradigma. Oggi dobbiamo avere capacità elettrica in eccesso, dimensionata sul picco della domanda e non sul carico di base. Dotandoci anche di capacità di accumulo, grazie al rapido evolvere di queste tecnologie che mi aspetto dirompenti nei prossimi anni, potremo ottimizzare il rapporto produzione/consumo, riducendo quel ruolo della produzione a gas di copertura dei picchi decisamente inefficiente.

Come si innesca la transizione?

Oltre a investire sulle tecnologie del futuro non dobbiamo trascurare le cose “facili”, quelle testate e raggiungibili. Abbattendo i consumi e ottimizzando l’assetto produttivo attuale. Per arrivare a centrare gli obiettivi 2050 serve efficientare l’intero sistema: il risparmio energetico è la prima “fonte rinnovabile” che oggi possiamo attivare. Penso alla riqualificazione energetica del patrimonio pubblico, al superbonus – misura fiscalmente migliorabile, ma foriera di risparmi energetici tra il 30 e il 50%, livelli di ottimizzazione troppo importanti per essere ignorati. Su scala nazionale e continentale fa una grande differenza.

C’è un modo per favorire il processo?

Dovremmo ragionare come sistema e non come singolo, pensare meno al singolo profitto a breve termine e più al vantaggio del sistema-Paese tout court. Fare sistema e alleanze anche tra grandi aziende. Ma ciascuno di noi, come cittadino prima che come professionista, deve essere consapevole di essere parte di un processo di transizione: ognuno di noi ha un ruolo, non possiamo solo demandare la transizione allo Stato. Consumare meno, ottimizzare, stare attenti alle scelte commerciali e assicurarsi che i fornitori siano veramente green, così come i propri processi. Tutti siamo parte del cambiamento nelle abitudini di consumo e utilizzo dell’energia: non esiste una soluzione efficace che prescinda dalla partecipazione collettiva.

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