Nell’immaginario popolare, l’accostamento guerra-Balcani è ancora tragicamente vivo. Ma davvero la polveriera ad Est è pronta a riaccendersi? Dubbi e risposte dal caso bosniaco. L’analisi del professor Igor Pellicciari (Università di Urbino)

Recenti dichiarazioni incendiarie del leader serbo-bosniaco Milorad Dodik (nella foto) hanno riportato lo scenario bosniaco al centro dell’attenzione internazionale, come non accadeva da tempo.

Il leader della Republika Srpska , una delle due Entità sub-statuali che formano lo Stato della Bosnia ed Erzegovina (BiH), ha annunciato la formazione di un proprio esercito, nonché di un sistema giudiziario, fiscale e doganale, separato da quello di Sarajevo.

Benchè egli abbia in decine di occasioni nel passato criticato a parole e boicottato nei fatti il funzionamento del governo centrale, non si era spinto fino a questo punto nel svuotare le competenze delle istituzioni comuni, verso una “secessione pacifica” (cit.).

Più che le parole di Dodik, ad allarmare gli osservatori è stata la reazione che esse hanno provocato nell’Alto Rappresentante della Comunità Internazionale in BiH (www.ohr.int), il tedesco Christian Schmidt.

Entrato in carica nel 2021, dopo ben dodici anni di mandato dell’austriaco Valentin Inzko,  nel suo primo rapporto per le Nazioni Unite ha denunciato il rischio di un nuovo conflitto militare nel paese.

Per quanto l’accostamento tragico Balcani-Guerra sia ancora vivo nell’immaginario globale, c’è da chiedersi quanto sia reale la possibilità del ritorno di ostilità armate e, se del caso, con quali caratteristiche.

In realtà non è così scontato l’avverarsi di un conflitto “a tutto tondo” simile a quello nel periodo 1992-1995, con corredo di pulizia etnica, massacri e fosse comuni; di cui Srebrenica è stata il simbolo perché compiutasi in breve tempo e poco prima degli accordi di pace di Dayton .

In primo luogo, vi è un problema di predisposizione alla guerra dell’attuale popolazione residente. Non è chiaro quanti sarebbero pronti ad appoggiare (e se necessario combattere) una nuova stagione di scontri armati. Il ricordo ancora vivo di traumi lasciati dall’ultimo conflitto ha fiaccato il trasporto di massa verso il nazionalismo di piazza, molto diffuso nel crepuscolo jugoslavo.

Ancora più determinante è la spirale quasi irreversibile di crisi demografica in cui è entrata la BiH e che ha portato moltissimi cittadini, in primis tra i giovani, ad abbandonare il paese per cercare fortuna altrove all’estero.

Vi è poi una riflessione su quanto oggi le élite bosniache cerchino realmente lo scontro militare, a partire dallo stesso Dodik che non ha un passato da war lord.

Al vertice della Republika Srpska dal 1998, non ha avuto responsabilità di governo durate l’ultima guerra, organizzando il primo gruppo di opposizione parlamentare all’allora leader Radovan Karadzic.

Anzi, a conflitto ancora in corso, aveva partecipato in Italia insieme a Selim Beslagic, Sejfudin Tokic e Ivo Komsic ad uno dei primissimi gruppi di contatto negoziali di pace; pregevole risultato di diplomazia popolare ottenuto su iniziativa dell’associazionismo pacifista collegato al Consorzio Italiano di Solidarietà con l’aiuto politico di Marina Sereni  (attuale Vice-Ministro degli Affari Esteri a Roma).

È sicuro che la partita che oggi Dodik gioca è spregiudicata; non lo è ugualmente il fatto che metta a repentaglio carriera politica e noti interessi imprenditoriali imboccando una strada militare che ha portato da Karadzic fino a Ratko Mladic passando per Biljana Plavsic alla condanna al Tribunale Internazionale dell’Aia.

Se Dodik incarna un modello di “nazionalismo-burocratico” simile a quello di cui si fece portatore a suo tempo Slobodan Milosevic, gli manca il supporto locale che quest’ultimo ebbe di un forte “nazionalismo culturale”alla Dobrica Ćosić, di un “nazionalismo-militante” alla Vojislav Šešelj e di un “nazionalismo-paramilitare” alla Željko Ražnatović (Arkan) – pilastri fondamentali dell’azione militare serba degli anni 90.

L’appoggio dato al leader serbo-bosniaco oggi direttamente dal Presidente della Serbia Aleksandar Vučić e – indirettamente – da quello russo Vladimir Putin è di matrice politica, come visto nella recente Conferenza dei Paesi Non Allineati di Belgrado. Trasformarlo in un sostegno militare non sarebbe affatto facile e comunque non è (ancora) all’ordine del giorno.

Alla luce di questo, una spiegazione per l’escalation della tensione impressa da Dodik starebbe non tanto nel rischio di un salto nel buio di un nuovo conflitto, quanto nel tentativo di invertire il declino che sta subendo la sua leadership. Evidenziato dalla sconfitta rimediata alle ultime elezioni amministrative.

Alzare i toni dello scontro etnico-nazionale per legittimarsi in un momento di difficoltà al proprio interno è uno degli schemi politici più semplici e ricorrenti utilizzati dai leader nazionalisti nei Balcani degli ultimi decenni.

Il suo risultato è garantito paradossalmente proprio da un’impalcatura costituzionale che sancisce una coesistenza da separati in casa delle varie componenti etniche.

Questa architettura uscita dagli accordi di Dayton, era stata utile e necessaria per porre fine alla guerra e per il Peace enforcing. Rimasta invariata per più di un quarto di secolo, si è trasformata, come ricordato di recente da Michael Giffoni, nella principale zavorra al processo di State & Institution Building del paese.

È desolante che dopo una presenza ininterrotta sul campo con amplissime prerogative di protettorato, la Comunità Internazionale, via OHR,  ipotizzi un ritorno alla guerra, mentre resta silente su un’ipotesi di riforma costituzionale in stile Dayton 2, da molti considerato inevitabile ed imminente già a fine anni 90.

Finché la Bosnia ed Erzegovina non riuscirà a passare ad una rappresentanza politica basata sul cittadino e non sugli attuali rigidi gruppi etno-nazionali, lo scenario resterà afflitto da un herpes politico-istituzionale. Pronto a manifestarsi ad ogni calo delle difese immunitarie sul piano interno o internazionale.

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