Il senatore di Azione sull’ipotesi di un nuovo schieramento che comprenda Italia Viva, +Europa e il partito di Toti. “L’Italia non chiede un partito di centro, chiede coraggio, coerenza e competenza. Azione si è proposta come soggetto politico con una connotazione ben precisa che si incardina su questi pilastri”. E il Pd? “Se pensa di inglobare i populisti nel campo progressista, noi non ci stiamo”

Al centrismo di maniera oppone il coraggio. Alla politica fatta di operazioni aritmetiche per avere qualche parlamentare in più preferisce “la concretezza di un progetto profondamente ancorato ai valori del riformismo”. Matteo Richetti, senatore di Azione, a pochi istanti dalla fine della Leopolda renziana sgombera il campo da equivoci e dalle voci che vorrebbero il suo partito appaiato a Italia Viva (oltre che a quello di Toti e a +Europa).

Richetti, il progetto di costruire un centro moderato e riformista con partner come i renziani  naufragato?

Invertirei l’angolo di visuale. L’Italia non chiede un partito di centro, l’Italia chiede coraggio, coerenza e competenza. Tre componenti che non mancano al nostro partito. Azione si è proposta come soggetto politico con una connotazione ben precisa che si incardina su questi pilastri. Parliamo di fatti concreti, non di politica partitica. In alternativa, Azione non ci sta. La nostra ambizione non è portare a casa un nuovo schieramento di centro. Ma riportare alla politica chi ne è disgustato, coinvolgendo la società. Abbiamo la convinzione di poter dare vita a un partito aggregante e inclusivo e la campagna elettorale di Roma ne è la dimostrazione. 

Come sono i rapporti con Matteo Renzi e Italia Viva?

Sono ottimi. Ma non è questo il punto. Renzi commette un errore quando si attesta il merito di aver mandato a casa Conte. Omette di dire che, senza il suo appoggio, non ci sarebbe stato nessun Conte bis e che probabilmente oggi assisteremmo a un altro tipo di scenario. Noi non siamo mai stati con Salvini, così come non siamo mai stati con Di Maio. Diciamo che, con i populisti in generale, il nostro partito non ha mai avuto terreno comune.

La politica, si sa, è l’arte del possibile.

Si, ma quando parlo di coerenza intendo proprio un approccio che non comporti certi tipi di compromesso.

Renzi ha citato la flessibilità di Aldo Moro, sul palco della Leopolda.

Scomodare Moro per giustificare scelte politiche passate, fatte per opportunismo (ad esempio sostenere il giustizialismo di Bonafede), è quantomeno un azzardo. Anche perché Renzi è partito con l’intento di rottamatore ed è finito a cena con Micciché per parlare di Quirinale. Noi abbiamo un’altra visione e un altro approccio.

Probabilmente si studia, al centro, un’aggregazione che possa permettere di passare la soglia di sbarramento unendo più schieramenti. 

Senza nessuna presunzione, mi sento di dire che in questo momento Azione è un partito che non teme nessun tipo di soglia di sbarramento. Poi, rimaniamo aperti al dialogo con chi fosse interessato al nostro progetto.

A proposito di dialogo. Con il Pd, avete interlocuzioni aperte?

L’interlocuzione tra di noi è stata molto chiara e ci pone su un piano diverso. Nel senso che, da parte nostra, era arrivata l’offerta di costruire un campo liberal democratico assieme. Loro hanno risposto sostenendo che di questo campo largo dovessero far parte anche i populisti grillini. Ma Calenda e Toninelli nello stesso schieramento, francamente, non ce li vedo proprio.

Sul Quirinale, Azione, che idea ha?

La fase di Governo è molto delicata e pensare a Draghi al Quirinale sarebbe una follia. Anche perché immaginare di aprire e profondere energie in una campagna elettorale a febbraio, anziché concentrarci sugli investimenti del Pnrr significherebbe non aver capito nulla di quanto successo. Per cui, la nostra soluzione sarebbe immaginare un Draghi oltre il 2023 con un presidente della Repubblica come Paolo Gentiloni, figura di altissimo profilo e credibilità. Anche Cartabia, a ben guardare, potrebbe essere una buona soluzione.

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