Spinte dall’enorme e incontaminato bacino del risparmio cinese, le grandi banche americane hanno investito milioni di dollari per creare una rete di broker nel Dragone. Ma i ritorni, per ora, sono stati esigui o addirittura inesistenti

Quando si dice rimanere con il cerino in mano. Negli anni della pandemia c’è chi ha scommesso su una Cina tutta debito, bolla immobiliare e crescita al rallentatore. E mica spiccioli, ma milioni di dollari, mossi dalle grandi banche occidentali, americane in primis, che hanno intercettato capitali desiderosi di essere gestiti dall’esperienza altrui. Peccato che alla fine i risultati non siano stati all’altezza delle aspettative, rivelando una gigantesca illusione ottica.

Su tutti, vale il caso di Jp Morgan, la principale banca statunitense. La quale, come raccontato a più riprese da Formiche.net, ha da diversi mesi puntato il grande bacino del risparmio privato cinese, unitamente ad altri colossi, come Goldman Sachs e BlackRock. Ma, tra improvvise battute d’arresto e i gangli della normativa locale, alla fine la banca guidata da Jamie Dimon è rimasta impigliata nella rete. Nonostante infatti l’investimento di milioni di dollari e l’assunzione di decine di banchieri per creare una rete per la gestione del risparmio cinese, Jp Morgan ha ad oggi riportato una perdita totale di 40 milioni di dollari (255,5 milioni di yuan) negli ultimi due anni, secondo i calcoli del Financial Times.

Jp Morgan non è comunque la sola ad aver fallito nel capitalizzare i suoi investimenti in Cina. C’è anche un altro gigante e sempre a stelle e strisce, Morgan Stanley. La banca d’investimento in due anni ha realizzato utili in Cina per soli 160 mila dollari a fronti di perdite per 33 milioni di dollari. C’è però qualcuno a cui è andata meglio: Ubs e Deutsche Bank sono state infatti capaci di riportare profitti dalle operazioni di investment banking effettuate in Cina. Insomma, niente Eldorado d’Oriente per il momento per le grandi banche americane.

Sedotte dai risparmi non sfruttati a causa della pandemia e da un mercato cinese della gestione patrimoniale in crescita, che lo scorso anno ha raggiunto un valor di 121,6 trillion di yuan (18,9 trillion di dollari), le grandi banche di Wall Street avevano deciso di radicarsi più profondamente che mai nel Paese asiatico. Ma le buone intenzioni si sono fermate lì.

Magari andrà meglio agli Emirati Arabi, o il Dragone si rivelerà un abbaglio anche per essi? Una delle più grandi istituzioni finanziarie del Golfo, la Fab (First Abu Dhabi Bank) aprirà infatti una filiale a Shanghai, la prima nella Cina continentale. La nuova base fornirà servizi sia in yuan che in valuta estera in Cina. “La nostra presenza estesa in Asia significa che possiamo servire meglio i nostri clienti attraverso offerte specializzate e sostenere fase successiva della nostra strategia internazionale”, ha affermato Hana Al Rostamani, group ceo di Fab. Basterà l’ottimismo?

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