In un saggio firmato su Civiltà Cattolica insieme a Loïc Giaccone della Georgetown University, il padre della transizione ecologica sostiene che è necessario mantenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi centigradi, per raggiungere l’obiettivo di “prevenire pericolose interferenze antropogeniche con il sistema climatico terrestre”

Gesuita ed economista, Gael Giraud è stato tra i primi a parlare e definire i termini della possibile e necessaria “transizione ecologica”. Ora, nei giorni del summit di Glasgow, torna a parlarne dalle colonne de La Civiltà Cattolica, da dove ha animato la discussione negli anni trascorsi.

Il suo saggio, scritto insieme a Loïc Giaccone della Georgetown University e che verrà pubblicato sabato prossimo, muove dal punto cruciale per Cop 26: mantenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi centigradi, per raggiungere l’obiettivo di “prevenire pericolose interferenze antropogeniche con il sistema climatico terrestre”.

Per riuscirci occorre diminuire le emissioni di gas serra nella consapevolezza che la cattura e stoccaggio del carbonio industriale permetterà di assorbire solo una “quantità marginale di carbonio rilasciato nell’atmosfera”: la conseguenza è che “tutta l’umanità deve puntare a emissioni prossime allo zero entro l’ultimo quarto di secolo”. Così si stabilizzerebbe la temperatura globale.

“Resta inteso che i Paesi in via di sviluppo potranno impiegare più tempo per raggiungere il tetto delle proprie emissioni, e che il raggiungimento dell’obiettivo avverrà «sulla base dell’equità, e nel contesto dello sviluppo sostenibile e della lotta alla povertà» (art. 4 dell’Accordo di Parigi). Tuttavia, questo appello per un’equa risoluzione della sfida ecologica rimane vago e ambiguo all’interno della comunità internazionale”.

Ricostruita la situazione di monitoraggio concordata e gli aiuti previsti ai Paesi poveri per procedere sulla strada tracciata, il saggio prosegue ricordando che rispetto alla fase preindustriale la temperatura è già salita di 1,09 gradi nel periodo 2011-2020 e questo è determinato inequivocabilmente da attività umane. I cambiamenti sono senza precedenti e alcuni, quelli oceanici e delle calotte glaciali, irreversibili “sulla scala di diversi secoli”. Il volto delle terre emerse nel XXII secolo sarà irriconoscibile.

L’Indonesia ha già cambiato capitale per la progressiva invasione di Giacarta da parte del mare, metà Bangladesh sarà sommerso nel 2050. Canicola e alluvioni sono il prodotto dell’attività umana. Ma se gli sforzi umani non possono fermare l’innalzamento dei livelli del mare, possono ridurre le catastrofi meteorologiche. I risultati si apprezzerebbero nell’arco di un ventennio, stando alle risultanze del lavoro condotto dalla World Weather Attribution, che Giraud e Giaccone citano.

Lo studio indica che la soglia di rischio dell’innalzamento della temperatura, cioè una crescita di 1,5 gradi, potrebbe essere raggiunta nel 2030. Ma solo restando sotto questa soglia, o sotto quella dei 2 gradi, si eviterebbero scenari catastrofici. “Il rapporto indica inoltre che in caso di proseguimento delle emissioni non si possono escludere eventi a bassa probabilità ma ad alto impatto, come lo scioglimento accelerato delle calotte glaciali, bruschi cambiamenti nella circolazione oceanica o anche la combinazione di diversi eventi estremi. La corrente del Golfo potrebbe allontanarsi dall’Europa e trasformare il clima di Parigi in quello di New York. Il permafrost siberiano potrebbe continuare a sciogliersi e rilasciare il metano in esso contenuto, accelerando bruscamente il riscaldamento fino a temperature che, secondo alcuni, potrebbero raggiungere +6°C o +7°C nel prossimo secolo. La sopravvivenza dell’umanità sarebbe allora probabilmente a rischio”.

Eccoci allora a Cop26 e alla necessità di rivedere quanto si sta conseguendo con gli accordi vigenti, che determinerebbero un riscaldamento di poco inferiore ai 3 gradi e quindi superiore al rischio possibile. Proseguendo così entro la fine del secolo si supererebbe anche la soglia dei 3 gradi, visto che non tutti rispettano gli impegni presi. Ma Cop26 risentirà nelle sue conclusioni anche del prodotto di un’altra emergenza, quella pandemica. Molti delegati africani con poche risorse ma soprattutto senza accesso al vaccino non possono recarsi a Glasgow e questo inciderà sui negoziati e i suoi risultati. Eppure i risultati che si conseguiranno nei prossimi anni di questo decennio saranno determinanti per tutto questo secolo, soprattutto per la battaglia decisiva, quella sulle emissioni.

“Il secondo obiettivo della Cop26 è l’adattamento ai disastri ecologici già in corso. Di questo non si tiene sufficientemente conto nelle politiche e nei negoziati sul clima, mentre gli impatti del riscaldamento globale sono sempre più forti, in particolare nei Paesi e nelle regioni più vulnerabili. Gli eventi estremi – l’innalzamento del livello del mare o i cambiamenti del ciclo dell’acqua – mettono in pericolo gli ecosistemi e le popolazioni, e questi impatti continueranno a intensificarsi e a diventare sempre più numerosi nei prossimi anni”.

Se si considera che l’accesso all’acqua potabile in Italia potrebbe diminuire del 40% entro il 2040 si capisce perché Spagna e Portogallo stia già lavorando sulla desalinizzazione che però è energicamente molto costosa, dovrà essere verde, ma fotovoltaico ed eolico richiedono rame, minerale destinato a scarseggiare.

La speranza verrebbe dal fotovoltaico organico e quindi occorrerebbe, si avverte, un sistema bancario capace di finanziarlo urgentemente: “Ma il settore bancario, per il momento, si rifiuta di fornire i finanziamenti necessari per questo cambiamento di marcia. Come mai? Perché molte grandi banche europee sono talmente dipendenti dai combustibili fossili che sarebbero in bancarotta se in futuro riuscissimo a fare a meno del carbone, del petrolio e del gas. Per poter garantire agli italiani l’accesso all’acqua potabile nel 2040, è quindi urgente regolamentare e risanare il settore bancario europeo”.

Il secondo esempio che viene proposto è quello dell’agricoltura ecologica. Anche questa è un’urgenza che deve fare i conti con l’indebitamento di molti contadini nel mondo. Incredibile leggere che in India ogni 28 minuti un contadino si suicida per sottrarsi ai debiti. L’agroecologia ridurrebbe anche le emissioni di carbonio, ma richiederebbe la cancellazione di parte dei debiti dei contadini. Possibile? Certo, se lo si scegliesse. Come si dovrebbe scegliere una politica sanitaria che tenga conto, anche alla luce della pandemia Covid, che fa capire il peso delle malattie tropicali in presenza di un ulteriore riscaldamento climatico. Uno strumento citato come molto importante è quello della tassa sul carbonio.

Lo studio volge al termine indicando l’urgenza di agire. Ma come? Innanzitutto trovando il modo di far rispettare gli impegni presi. “Per garantire che gli impegni e gli obiettivi sanciti dagli Stati siano seguiti e raggiunti, è necessaria la mobilitazione di tutte le componenti della società. Le imprese, le associazioni e i cittadini non devono abbassare il livello della loro attenzione. Senza dubbio essi dovrebbero anche partecipare attivamente alle politiche climatiche dei loro Paesi e regioni. Per questo, tutti i mezzi sono buoni: lobby, petizioni, manifestazioni o anche azioni legali sul clima, come è stato fatto recentemente in Francia nell’ambito dell’Affaire du Siècle.

Lo Stato francese è stato condannato a riparare i danni ecologici causati dal mancato rispetto dei budget per il carbonio che aveva inizialmente previsto per il periodo 2015-18. Più in generale, ciò che ormai è in gioco è il passaggio all’azione da quella che papa Francesco chiama una «cultura dello scarto», che caratterizza molte società industrializzate, a una «cultura della cura». Per questo le Cop sono un luogo indispensabile di negoziazione tra Stati nazionali degli impegni presi e del loro rafforzamento. Ma ormai l’urgenza è tale che i progressi devono essere possibili ovunque, all’interno della società civile e con la collaborazione di ciascuno di noi”.

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