In modo molto simile a quanto fece l’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni nel 2009, la direttiva Lamorgese rinvia ai singoli Comitati provinciali per l’ordine pubblico l’individuazione di “specifiche aree urbane sensibili che potranno essere oggetto di temporanea interdizione allo svolgimento di manifestazioni pubbliche per la durata dello stato di emergenza”

L’esercizio del diritto di riunirsi e manifestare in luogo pubblico “deve svolgersi nel rispetto di altri diritti costituzionali garantiti e delle norme che disciplinano l’ordinato svolgimento della vita civile”. La frequenza delle manifestazioni nei centri urbani condiziona “i più comuni diritti dei cittadini come ad esempio il diritto allo studio, il diritto al lavoro e il diritto alla mobilità”. Nel definire i criteri di autorizzazione delle manifestazioni “si evidenzia la necessità di limitare l’accesso ad alcune aree particolarmente sensibili, specialmente quando la manifestazione coinvolga un numero di partecipanti elevato” e “tali limiti potranno operare specialmente quando ci siano state precedenti manifestazioni, con stesso oggetto e organizzazione, che abbiano turbato l’ordine e la sicurezza pubblica”.

Le frasi tra virgolette non sono prese dalla direttiva emanata il 10 novembre dal ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, riguardo alle future manifestazioni contro le attuali misure sanitarie, ma dalla direttiva del 26 gennaio 2009 firmata dall’allora ministro Roberto Maroni, esponente leghista nel governo Berlusconi. Se nel dibattito politico non sorprende che Giorgia Meloni e Matteo Salvini attacchino l’attuale titolare del Viminale, anche per l’indubbia emergenza immigrazione, quella direttiva “leghista” non è stata citata per caso nel documento di mercoledì scorso. Stando alle cronache, all’epoca il problema furono le manifestazioni contro l’offensiva israeliana a Gaza e in particolare una preghiera islamica in piazza Duomo a Milano, oggi i motivi sono molto diversi ma le conseguenze per gli altri cittadini e per l’ordine pubblico sono gli stessi.

Le polemiche politiche e mediatiche, amplificate da un uso distorto dei social network, disegnano uno scontro frontale nonostante la ridotta percentuale di chi protesta contro il vaccino o contro la certificazione verde e lasciano trasparire un generale divieto di manifestare che non è nei fatti. Basta un po’ di onestà intellettuale per ammettere che ci saranno molte altre manifestazioni, ma che si punta a non sconvolgere i centri urbani e a non costringere i commercianti ad abbassare le saracinesche. La direttiva Lamorgese rinvia ai singoli Comitati provinciali per l’ordine pubblico l’individuazione di “specifiche aree urbane sensibili che potranno essere oggetto di temporanea interdizione allo svolgimento di manifestazioni pubbliche per la durata dello stato di emergenza”.

Si ribadisce “il diritto a esprimere il dissenso” che però non può impedire “il libero esercizio di altri diritti, pure garantiti” come il lavoro e la mobilità con effetti “particolarmente negativi nell’attuale fase di graduale ripresa delle attività sociali ed economiche”. Dunque, “nell’equilibrato contemperamento dei vari diritti e interessi in gioco”, prefetti e questori potranno decidere caso per caso, da manifestazioni statiche a percorsi ben definiti. Indicazioni che non riguardano solo il Covid perché “per la loro valenza generale potranno trovare applicazione per manifestazioni pubbliche attinenti a ogni altra tematica”.

Le prime indicazioni stanno arrivando da varie zone d’Italia. A Roma dovrebbero esserci tre manifestazioni di cui una al Circo Massimo specificamente contro il green pass; a Milano dovrebbero essere vietate alcune zone come Piazza del Duomo; da Torino arrivano minacce contro i “metodi repressivi” mentre a Padova il prefetto vieta il centro storico e a Pistoia saranno consentiti solo sit-in. Occhi puntati sul Friuli Venezia-Giulia dopo gli incidenti delle scorse settimane e Massimiliano Fedriga, presidente leghista della Regione e della Conferenza delle Regioni, ripete che bisogna “rispettare le regole e che le regole devono essere fatte rispettare” auspicando un “ravvedimento” in chi segue messaggi sbagliati.

Tra ignoranza e superficialità, sembra che governi di orientamento diverso introducano nel corso degli anni novità normative a seconda delle contingenze. Nel caso delle manifestazioni basterebbe ricordare che il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza da sempre dà potere ai questori di “prescrivere modalità di tempo e di luogo” per motivi di ordine pubblico e di salute pubblica. Se d’ora in poi gli incidenti saranno limitati al massimo saranno stati rispettati tutti i diritti: quello di manifestare e quello di vivere e lavorare.

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