Intervista a Giampiero Massolo, presidente dell’Ispi e già direttore generale del Dis. Con il Trattato del Quirinale nasce una stanza di compensazione tra Francia e Italia, dalla Pa francese c’è una lezione da imparare. La Libia il test più difficile, forse è tardi per rimediare. Ora bisogna chiudere il triangolo con Berlino

Giampiero Massolo, ambasciatore e presidente dell’Ispi, è convinto che il Trattato del Quirinale tra Francia e Italia firmato questo venerdì, pur con i suoi limiti, sia una buona notizia. Perché crea “una stanza di compensazione” dove potranno trovare sfogo le tensioni sopite tra Roma e Parigi. Ma il lavoro per dare vita a un nuovo motore dell’integrazione europea non è ancora finito.

Ambasciatore, è un accordo alla pari?

Una premessa. In un’Europa paralizzata dal principio di unanimità e interessata a Sud da minacce e opportunità notevoli, i Paesi più grandi hanno il compito di fare da traino. Negli ultimi anni è entrato in crisi l’asse franco-tedesco, l’accordo fondante dell’Unione europea fin dal secondo dopo guerra. Questa coppia motrice non basta più.

Di qui il trattato franco-italiano.

Il trattato si inserisce in un ideale triangolo. Come esiste un forte rapporto tra Francia e Germania, esiste da oggi, con tutti i dovuti distinguo, un’intesa tra Francia e Italia codificata in una partnership strategica.

Riuscirà a mettere da parte le tante controversie?

L’obiettivo non è metterle da parte, ma inaugurare un meccanismo di collaborazione stabile che aiuti a dirimerle di volta in volta. Anche Francia e Germania non vanno sempre d’accordo: su molti aspetti la componente tedesca è prevalente nell’intesa bilaterale.

C’è lo stesso rischio con il Trattato del Quirinale?

Tra Francia e Italia esiste meno sproporzione. C’è senza dubbio una forte, tradizionale concorrenza. Insieme a un certo spirito di emulazione, con l’esistenza sui reciproci mercati di prodotti simili. Ma anche due modelli di governance agli antipodi. In Francia accentrato, decisionale, con una Pubblica amministrazione organizzata e diligente. In Italia decentrato, flessibile, con un’amministrazione che richiede di essere stimolata.

C’è una lezione da imparare?

Entrambi i modelli hanno vantaggi e svantaggi. Agli occhi dell’opinione pubblica italiana, il modello più organizzato, quello francese, appare come prevalente, a tratti prevaricante. Di qui l’immagine diffusa e un po’ stereotipata delle acquisizioni forzate, delle “campagne d’Italia”, delle aziende italiane che cambiano padrone.

Sono solo cliché?

Spesso non reggono alla prova dei numeri. L’Italia continua ad avere un costante avanzo della bilancia commerciale. Le acquisizioni francesi ci sono, ma nei fatti l’italianità dell’acquisto raramente viene meno, penso ad esempio al settore dell’alta moda. L’acquirente francese spesso mette i capitali che un capitalismo italiano timido preferisce non mettere.

Quindi le tensioni sono state esagerate?

Le tensioni ci sono, come in tutti i rapporti bilaterali, e a questo servono i trattati: creano una stanza di compensazione. Questo trattato in particolare è una buona notizia, perché favorisce la parte meno organizzata, la nostra, con meccanismi di collaborazione che ci aiutano a bilanciare le relazioni con Parigi.

La Francia ha già un accordo simile con la Germania. L’Italia dovrebbe fare lo stesso?

Chiudere il triangolo è nel nostro interesse. Un accordo italo-tedesco può dare avvio finalmente a una collaborazione strutturata tra i tre principali Paesi europei. Una soluzione naturale, in cui l’Italia sarebbe ago della bilancia.

Come?

Assieme alla Francia può lavorare a una politica economica europea più inclusiva, incentrata sulla crescita e meno dogmaticamente legata ai criteri di rigida ortodossia di bilancio. Con la Germania può aiutare a contro-bilanciare un dinamismo francese che non sempre conviene a tutta l’Europa. Un triangolo del genere aiuterebbe a costruire un’Europa forte in un Occidente forte, a rafforzare il rapporto transatlantico e al tempo stesso a non andare in ordine sparso verso potenze globali come la Cina.

Ora serve passare dalle parole ai fatti. Un test importante per verificare l’intesa italo-francese è la Libia. Sgambetti e tensioni sono alle spalle?

In questo caso il tempismo non è dei migliori. Sarebbe stato meglio firmare il trattato mesi fa, quando Draghi e Macron si sono incontrati proprio per parlare di Libia. Oggi è un accordo tra due Paesi usciti sconfitti dalla crisi. I francesi hanno puntato su un cavallo sbagliato, Haftar, gli italiani sono stati troppo timidi, rifugiandosi dietro un negoziato multilaterale dell’Onu che ha mostrato tutti i suoi limiti. Temo che, almeno su questo fronte, il nuovo accordo possa solo limitare i danni.

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