L’impennata nei sondaggi del saggista Éric Zemmour ha scatenato la stampa francese che si è lanciata con un accanimento insolito, accusandolo di antisemitismo (lui ebreo!), di xenofobia e di colonialismo. Ma oggi, in Francia, giovani e borghesia senza punti di riferimento possono rapidamente cambiare gli scenari

Il 6 ottobre scorso un sondaggio d’opinione ha fatto sobbalzare la politica francese. Éric Zemmour, l’intellettuale nazionalista, fautore della difesa dell’identità del suo Paese, avversario del “declinismo” e orgoglioso delle sue radici ebraico-berbere, nato in Algeria, ma francese fin nelle fibre più riposte della sua anima, è risultato secondo con il 17%, dietro a Emmanuel Macron e davanti a Marine Le Pen. Un mese fa non era ancora un “presidenziabile”, oggi, a pochi giorni dall’annuncio ufficiale (ancora in forse) è considerato il più temibile avversario del presidente uscente nella corsa all’Eliseo che si concluderà nella primavera del prossimo anno.

L’impennata nei sondaggi ha scatenato la stampa francese che si è lanciata su Zemmour con un accanimento insolito, accusandolo di antisemitismo (lui ebreo!), di xenofobia, di colonialismo, e di tutto quel che può essere compreso nella universale accusa di “fascismo”. Una campagna intollerante che non si è fermata neppure di fronte alle legittime critiche formulate da Zemmour alla “sostituzione etnica”, al pericolo dell’egemonia dell’islamismo in Francia, alla decadenza culturale europea, al pensiero unico ed al “politicamente corretto”.

Non una valutazione ragionata ancorché legittimamente negativa delle sue idee si manifesta in queste settimane sui giornali francesi e nei molti talk show, ma soltanto un corale insulto da parte dei commentatori di sinistra e di numerosi moderati, per quanto Zemmour si definisca conservatore e gollista. Lo si caccia con violenza nel cattiverio del razzismo per quanto nei suoi libri ed articoli non c’è neppure un accenno di discriminazione, ma vi si trovi soltanto la fondata preoccupazione che il fanatismo religioso di impronta musulmana sia pericoloso, come del resto i sanguinosi fatti di cronaca attestano.

Il sessantatreenne intellettuale, capace di incantare i giovani e risollevare buona parte dell’elettorato lepenista, curiosamente guarda più alle elezioni legislative che si terranno nel giugno prossimo che alle presidenziali. E modella la sua organizzazione non come un comitato elettorale, ma nella forma di un’aggregazione di soggetti che potrebbero tornargli utile in vista della sfida presidenziale.

L’Association des Amis d’Éric Zemmour, costituitasi come un vero e proprio partito politico, si sta attivando in effetti allo scopo di offrire una prospettiva politica ai francesi riunendo in una grande destra componenti diverse, ma autonome, per poter concorrere alla conquista dell’Assemblea nazionale. I militanti indossano sgargianti magliette con la scritta “Faites le Zemmour, pas la guerre”. E propongono alla destra in costruzione la regola dei “tre terzi”, vale a dire la composizione delle liste con un terzo proveniente dai Républicains, un terzo dal Rassemblement national della Le Pen ed un terzo sganciato dai partiti, di nuovo profilo insomma.

È la strategia individuata per superare le divisioni e mettere Macron in difficoltà e fuori gioco la sinistra la quale, oltre al vecchio comunista Jean-Luc Mélenchon, non ha altro da schierare se non gli ecologisti e sparuti gruppettari di matrice trotziska. Discorso a parte meritano i socialisti che, ripresisi parzialmente dalla dêbacle di quattro anni fa, propongono la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo la quale punta tutto su un vasto progetto di “ricostruzione” della Capitale in vista delle Olimpiadi del 2024 per sperare di superare il primo turno: si tratta di un’illusione, naturalmente.

Ma l’effervescenza politica non si ferma al “tutti contro Zemmour”. Ci si attrezza per modificare assetti che non rispondono più alle aspettative popolari.

L’ex-primo ministro Eduard Philippe, sindaco di Le Havre, per esempio, ha creato un nuovo partito, Horizon, non ostile a Macron, ma comunque neppure vicinissimo: potrebbe raccogliere i delusi di En Marche! e portarli in dote al presidente: una strategia da non sottovalutare.

Vedono Zemmour come un concorrente pericoloso i repubblicani post-sarkozysti che schierano alle presidenziali Xavier Bertrand, vincitore delle primarie, e più di tutti Marine Le Pen, la cui popolarità va scemando non avendo ancora deciso se riprendere vecchie tematiche radicali poco convincenti a fronte della raffinatezza culturale di Zemmour, che gode della simpatia del clan capeggiato da Jean-Marie Le Pen e sostenuto dalla nipote Marion, oppure passare il guado del moderatismo con la quasi certezza di diventare marginale.

“C’è un’anima francese”, sosteneva nel settembre del 2018, in una intervista a Valeurs Actuelles Zemmour quando era soltanto un polemista ed uno storico orgoglioso nel rivendicare le sue complesse origini raccolte nella non meno complessa identità del Paese che come “pied noir” sarebbe stato suo dal 1962, dopo la guerra d’Algeria. E quell’anima, negli ultimi anni è andata dilatandosi nei libri e negli interventi pubblici fino a riassumere nella teorizzazione di un “destino francese” – celebre titolo di un suo volume – la visione di una società che si oppone alla decadenza riconoscendo e riscoprendo le proprie radici. Radici, sostiene Zemmour, divelte fin dal 1789, dalla Grande Rivoluzione ispiratrice di tutti i movimenti sovversivi culminati nel 1968 quando venne disegnata la nostra epoca.

“La Francia – scrive Zemmour nel suo libro più suggestivo, Il suicidio francese – è il malato d’Europa. Gli economisti valutano la sua perdita di competitività. I saggisti dissertano del suo declino. I diplomatici e i militari lamentano sommessi il suo declassamento strategico. Gli psicologi sono allarmati dal suo pessimismo. I sondaggisti ne misurano la disperazione. Le anime belle ne denunciano il ripiegamento su se stessa. I giovani neolaureati vanno in esilio. Gli stranieri più francofili sono preoccupati per il degrado della sua scuola, della sua cultura, della sua lingua, del suo paesaggio, perfino della sua cucina. La Francia fa paura. La Francia si fa paura. La Francia è sempre meno piacevole; la Francia non si vuole più bene. La dolce Francia si muta nella Francia amara; infelice come lo è Dio in Francia?”.

La conclusione non potrebbe essere più dolorosa: “I Francesi non riconoscono più la Francia”. Ma la Francia, come recita il titolo del suo più recente libro, “non ha ancora detto la sua ultima parola”. È quel che si augura Zemmour, il quale difficilmente arriverà a varcare la soglia dell’Eliseo. Del resto il suo fine è un altro: condizionare la politica francese attraverso le idee avvalendosi di un forte Rassemblement che all’Assemblea nazionale indirizzi la politica di un presidente dimezzato come potrebbe essere Macron.

Tuttavia se la destra francese riuscisse a mettere insieme le sue molte anime qualcosa di epocale potrebbe accadere. Macron quando si gettò nella mischia non aveva un partito, ma poteri forti che lo sostenevano animando il suo movimento.

Oggi, in Francia, alla fine di una presidenza scialba e contraddittoria il solo potere forte riconosciuto è il popolo, composto soprattutto da giovani e da una borghesia senza più punti di riferimento. S’illude chi ritiene che al ballottaggio conti ancora il cordone sanitario dispiegato sempre per sbarrare la strada al candidato della destra. I comunisti, gli ecologisti, i socialisti (ridotti ai minimi termini) non offriranno le loro miserie elettorali a Macron. E allora? Allora tutto può accadere. Senza destare sorpresa.

(Foto: Twitter @ZemmourEric)

Condividi tramite