Intervista a Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager, a pochi giorni dall’assemblea della federazione. Lo smart working è il futuro, ormai il cammino è segnato, ora spazio a forme ibride di lavoro. E sul Pnrr la politica non può fallire perché è un’occasione più unica che rara

Italia, anno uno. Il Paese si prepara a entrare in una nuova era, fatta di nuovi equilibri, nuove leggi, scritte e non scritte, nuovo lavoro e nuove economie. I manager italiani lo sanno bene e sono pronti ad accettare la sfida di una società che non può fare a meno di cambiare pelle. Uno sforzo immane che però le imprese e i loro dirigenti non possono sostenere da soli. Bisogna remare tutti insieme nella stessa direzione, non c’è spazio per i ribelli al cambiamento.

Tra pochi giorni, il 12 novembre, Stefano Cuzzilla – presidente di Federmanager dal maggio 2015, e parte di questo mondo pronto alla svolta lo rappresenta – terrà la sua prima assemblea dall’inizio della grande pandemia. Un momento decisivo, che segna la ripartenza di un Paese che non vuole e deve avvitarsi su se stesso, andando incontro alla morte industriale, come dimostra lo slogan scelto per l’assise dei manager italiani, Anno 1. Di questo, ma non solo, Formiche.net ha parlato in esclusiva proprio con Cuzzilla.

La pandemia ha imposto un nuovo modello organizzativo dentro l’azienda: lo smart working. Facciamo un bilancio, dandoci anche una prospettiva. Il lavoro agile può essere davvero il futuro?

Ha detto bene, lo smart working per molti è stata un’imposizione, nei fatti l’unica possibilità per far fronte all’emergenza pandemica che stavamo affrontando. Oltre 6 milioni e mezzo di lavoratori hanno lavorato da casa nel 2020. Dico che hanno lavorato da casa, non a caso. Perché c’è una differenza sostanziale tra il lavoro da remoto e il lavoro smart. Ecco, già quest’anno molte imprese hanno consolidato questa esperienza trasformandola in una nuova modalità organizzativa più agile, più flessibile e più orientata al risultato.

Lo smart working può diventare il lavoro del domani, qualcosa di strutturale alla nostra società ed economia?

Molto dipende dalla dimensione dell’impresa e dai settori produttivi. Abbiamo avuto best practice in aziende partecipate e in multinazionali che sono diventate la regola: sarà difficile tornare indietro. In altri casi, la cultura che regge lo smart working deve ancora fare breccia. Tuttavia credo che la fine della pandemia, che spero arrivi presto, indurrà a forme ibride di smart working, integrate da attività in presenza, perché la relazione umana sul lavoro è indispensabile. Ma la strada di un nuovo approccio lavorativo è segnata. Il lavoro agile può essere sicuramente il futuro.

Cuzzilla, i manager sono pronti a incentivare lo smart working?

Faccio una premessa. Noi come Federmanager sentiamo la responsabilità di elaborare proposte concrete che le aziende possano recepire per tutelare e valorizzare al meglio il contributo offerto da tutta la forza lavoro. Bisogna ricalibrare la prospettiva, passando dalla logica del controllo, che ha caratterizzato l’impronta organizzativa del settore pubblico e di quello privato per tanto tempo, a una visione che miri al risultato e alla responsabilizzazione del lavoratore, a ogni livello. I manager hanno un ruolo propulsivo per realizzare questo cambiamento. E stanno effettivamente portando avanti un nuovo modello di leadership: alcuni la chiamano ‘gentile’, altri ‘empatica’, ma il senso è che, in un mondo che cambia così rapidamente, servono un nuovo approccio e nuove skills manageriali.

Uno sforzo non da poco. Forse il dialogo con le istituzioni può essere la chiave…

Sarebbe opportuno un crescente coinvolgimento da parte delle istituzioni, chiamate ad aggiornare la legislazione del lavoro a distanza. Ma è certo che la spinta deve arrivare da chi ha l’onere della rappresentanza. È necessario che le organizzazioni di rappresentanza operino di concerto per adeguare la contrattazione alle mutate condizioni del lavoro, che evidenziano opportunità da cogliere e rischi da scongiurare.

L’Italia, come molti altri Paesi europei, si trova dinnanzi all’immane sfida del Pnrr. Decine di miliardi che possono trasformare il nostro Paese in un’economia a prova di nuove e future sfide. Quali sono gli errori da non commettere?

Il Pnrr è la grande chance che abbiamo non solo per ripartire, ma anche per rivedere l’impianto organizzativo del Paese, superando il vizio italiano dell’immobilismo e districando la matassa burocratica che limita le potenzialità delle imprese italiane. Questo Pnrr, che è sulla bocca di molti, deve ancora permeare il tessuto produttivo. È ancora lontano dalla quotidianità. È, ammettiamolo, ancora sulla carta. Va messo a terra. Va trasformato in progetti. Va tradotto in azione.

I manager italiani si sono dati da fare?

Sì, voglio ricordare che noi siamo stati i primi a rimboccarci le maniche. I manager italiani hanno già dimostrato di detenere strumenti concreti e metodo d’attuazione che hanno salvato le nostre imprese nel periodo più buio. Ora si aspettano un riconoscimento, non di facciata, ma di sprone a continuare così. D’altronde parliamo di oltre 222 miliardi di euro da spendere bene. Da non sprecare. Da proteggere da illegalità, dalla corruzione, dell’evasione fiscale che da sola vale circa 100 miliardi di euro ogni anno. Dobbiamo difendere il Next Generation Eu da una burocrazia che costa circa 30 miliardi di euro l’anno alle aziende del nostro Paese e può pesare fino al 4% del fatturato di una piccola impresa. Abbiamo tutte le competenze manageriali e amministrative per realizzare i progetti e gli obiettivi del Pnrr, valutando tutti i possibili impatti ambientali, economici e sociali che ne possono derivare.

In un futuro non troppo lontano, forse già oggi, il manager italiano avrà bisogno di nuova formazione per nuove competenze. Gli italiani sono bravi manager, ma come essere sicuri di formare una classe dirigente d’impresa realmente aggiornata?

Alcune indagini sul management sottolineano l’esigenza che la formazione sia in linea con la velocità del cambiamento e la crescente complessità dei contesti di business. Credo sia quindi giunto il tempo di fare un salto speculativo: la formazione va considerata uno strumento di welfare. Al pari di protezione sanitaria o previdenziale, essa va trattata come una politica aziendale, che mette al riparo da obsolescenza delle competenze o da eventuali fuoriuscite dal mercato del lavoro.

Proposte in merito?

Mi piacerebbe pertanto vedere un maggior impegno sul capitolo dei Fondi interprofessionali. Sono uno strumento importante che lo Stato deve riconoscere: già oggi il 20% dello 0,30 che le imprese versano ai Fondi di formazione interprofessionali viene trattenuto dall’erario. È importante che questi fondi non siano utilizzati per finalità diverse da quelle formative. È il momento di far spiccare le nostre competenze, noi promuoviamo decine di occasioni per garantire l’aggiornamento costante dei manager. C’è una esigenza forte in questo Paese: quella di ricostruire una classe dirigente capace di pensare e di far realizzare le cose, non per se stessa, ma per il bene di tutti.

Il prossimo 12 novembre Federmanager terrà la sua prima assise dell’era pandemica. Si respirerà aria di ripartenza, di rinascita. Può anticipare temi e argomenti?

Sarà un appuntamento importante perché, dopo un anno travagliato dalle complessità della pandemia, ci ritroveremo finalmente in presenza, per scambiarci uno sguardo sul futuro. Vogliamo proiettarci sul domani, non su un futuro generico che non impegna nessuno, che non sappiamo quando si concretizzerà. I nostri obiettivi sono uno sviluppo sostenibile, una maggiore prosperità collettiva, un welfare che funziona, una manifattura in crescita, un’Italia più giusta, inclusiva, in cui le donne possano affermarsi allo stesso livello degli uomini e i giovani possano stringere un patto intergenerazionale con le professionalità più mature.

Sarà infatti necessario attingere al preziosissimo patrimonio di esperienze che sui luoghi di lavoro, nel pubblico e nel privato, sono evidentemente rinvenibili, puntando tuttavia senza ulteriori indugi sul primato delle competenze.  Il Pnrr offre all’Italia delle missioni, la nostra sarà quella di contribuire, con partecipazione ed entusiasmo, al rilancio della managerialità come fulcro della ripartenza e la nostra assemblea sarà la migliore occasione possibile per presentare le nostre posizioni alle istituzioni.

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