Le banche hanno sempre più bisogno di tecnologia e le imprese innovative sono pronte a offrirglielo a buon mercato. Semmai la tecnofinanza si fida molto meno delle criptovalute. I risultati dell’indagine di Bankitalia

Il Fintech italiano corre, sempre di più. Sarà stata la pandemia che ha cambiato usi e costumi degli italiani, fatto sta che la tecnologia abbinata alla finanza è ormai parte integrante della vita quotidiana, soprattutto lavorativa. L’ultima indagine diffusa da Bankitalia parla chiaro: questo è il secolo della tecnofinanza.

Eppure gli ostacoli da superare non mancano. Dalla mancanza di personale ben formato disponibile sul mercato alla scarsa interoperabilità tra vecchia e nuova finanza. In ogni caso, sottolineano da Via Nazionale, il fintech è un mercato promettente. Si iniziano a vedere i primi profitti, e le previsioni sono positive. A farla da padrone in questo settore, dicono da Palazzo Koch, è la collaborazione tra banche e start-up. Le prime mettono il capitale. Le seconde, la forte spinta innovativa.

La spesa in nuove tecnologie finanziarie per il 2021-22, in Italia, è in crescita rispetto al biennio precedente, passando da 456 milioni di euro a 530. L’epidemia da Covid-19 non sembra aver inciso sullo stato di avanzamento dei progetti. La rimodulazione degli investimenti riguarda solo una parte minoritaria degli stessi. Anzi, tra lockdown e restrizioni varie ci sono esperienze di fintech che hanno addirittura subito un’accelerazione, grazie all’acquisizione di clientela digitale oppure con il rafforzamento delle attività di business continuity.

Per esempio, è aumentato il numero degli intermediari investitori (da 77 a 96 unità) e dei progetti (da 267 a 329), con la spesa che resta distribuita su un limitato numero di intermediari, in ulteriore concentrazione: i primi 10 investitori pesano per l’84,7%. Più nel dettaglio, alcuni intermediari hanno sviluppato investimenti che prevedono la partecipazione diretta in imprese fintech, il cui valore ammonta a 204 milioni di euro ed è riferibile a 28 intermediari. Con le collaborazioni gli intermediari si avvalgono di tecnologie avanzate spesso non disponibili al proprio interno e possono accelerare i tempi di realizzazione dei progetti. Vi sono 330 accordi di partnership riferibili a 199 imprese, di cui due terzi in Italia.

Sul fronte delle tecnologie vere e proprie, è elevato il peso degli investimenti in interfacce applicative e infrastrutture tecnologiche (Api) – sono il 58%, mentre i progetti sull’intelligenza artificiale (AI), tra cui Machine Learning e Natural Language Processing , seppur calati nel numero sono cresciuti in termini di spesa, trainati dalle applicazioni di digital lending. La predominanza di investimenti in Api dipende da fattori quali l’adeguamento alla Direttiva PSD2 e la diffusione del modello di open banking.

Semmai, il fintech sembra snobbare bitcoin e i suoi fratelli. “Nessun intermediario detiene crypto-attività nei propri bilanci, sia nella forma di esposizioni dirette sia come sottostante di derivati od oggetto di investimento di fondi comuni. I servizi di gestione di crypto-attività sono offerti solo da 4 intermediari attraverso operatori terzi”.

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