Conversazione con lo storico manager di Telecom, dalla nascita alla privatizzazione. Da 20 anni a questa parte lo Stato non ha tutelato il settore delle telecomunicazioni, permettendo continui terremoti in Tim e lasciando campo libero a una concorrenza esasperata, nemica degli investimenti. Dovremmo imparare dalla Francia e dalla Germania, dove gli assetti azionari sono solidi. Kkr? Difficile che la mossa non fosse concordata

Forse è tempo che lo Stato torni a fare lo Stato, sulle telecomunicazioni. Gli arrivi e gli addii visti negli ultimi due decenni dentro Telecom, prima, Tim poi, sono il sintomo di una mano pubblica spesso assente, per giunta ingiustificata. Vito Gamberale, le tlc le conosce fin troppo bene.

Manager di Stato della prima ora, un lungo passato nella galassia Eni, poi l’approdo nel mondo delle comunicazioni. Prima al vertice della Sip poi fautore della fusione con la Stet e dunque artefice della nascita di Telecom Italia. Che, dopo averne seguito la discussa privatizzazione, ha lasciato nel 1998 per approdare alle Autostrade e poi ancora fondare il fondo italiano per le infrastrutture, F2i.

A lui Formiche.net ha chiesto un parere sulla possibile Opa del fondo Usa Kkr su Tim, 50 centesimi ad azione che potrebbero presto diventare 80-90, proprio mentre un delicato board oggi potrebbe sancire il passo indietro del ceo Luigi Gubitosi, la cui lettera ieri ai media ha nei fatti messo all’ordine del giorno la questione. “Facciamo una premessa, non c’è nessuna Paese avanzato e industriale che abbia l’incumbent in mano a un fondo. Guardiamo a compagnie quali Deutsche Telekom o France Telecom, oggi Orange. Questi gruppi non hanno un assetto azionario come quello di Tim. E sempre i medesimi gruppi non hanno certo vissuto le peripezie e le stranezze societarie del gruppo Telecom”.

L’analisi di Gamberale è cruda. “Sono 23 anni che assistiamo a un problema di cui la politica ha sempre rifiutato di occuparsi. Dietro un apparente rispetto per il mercato si è celato un disinteresse per il settore delle telecomunicazioni, che non è stato accuratamente e attentamente seguito, come invece avrebbe dovuto. In Italia, bisogna dirlo, c’è una concorrenza anomala nelle tlc, siamo l’unico Paese d’Europa che abbiamo sei challenger (le compagnie competitor di Tim, ndr), gli altri Paesi ne hanno al massimo tre. Come fa un settore che deve svilupparsi e investire a farlo con una riduzione delle tariffe del 70%. Perché vede, di troppa concorrenza a volte si muore”.

E allora, che fare? Il creatore di Telecom Italia ha la sua idea. “Il governo dovrebbe ripensare la concorrenza, come fatto con coraggio dagli Stati Uniti, che hanno tre operatori. Come è possibile che l’Italia ne abbia sei e gli Usa tre? Non è possibile andare avanti con del dumping in un settore così strategico”. C’è poi la questione dell’assetto azionario. “Guardiamo alle altre compagnie europee, Deutsche Telekom (Germania, ndr), Telefonica (Spagna, ndr), hanno tutte un assetto degno di un incumbent. Credo che sia ora di fare qualcosa e di aprire gli occhi, più tardi si fa e peggio è. D’altronde non è mai troppo tardi per essere umili, copiare gli altri e risolvere il problema”.

Sulla vicenda Tim-Kkr, Gamberale non si sbilancia, ma lancia un messaggio. “Non so se fosse prevedibile un’Opa su Tim, è una mossa imprevista, bisogna però ricordarsi che un fondo di questo calibro, non si muove all’improvviso, di solito si concordano con qualcuno queste operazioni. Sotto il pelo dell’acqua c’è molta materia, come in un iceberg, per questo pronunciarsi è difficile”.

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