Dall’Ucraina alle forniture di gas, dalla crisi dei migranti al confine con la Bielorussia alla nuova fragilità delle istituzioni Ue di fronte alla variante Omicron. Vladimir Putin ha un’occasione d’oro per mettere l’Europa sotto pressione. E sta incontrando poca resistenza. Il commento dell’ambasciatore Stefano Stefanini

Cos’ha in mente Vladimir Putin? Tiene in allenamento invernale un centinaio di migliaia di truppe russe. Casualmente, alla frontiera dell’Ucraina, a ridosso della Donbas ribelle. Mentre il socio di minoranza, Alexander Lukashenko, strumentalizza migranti mediorientali ai confini polacco e lituano. Mentre i regolatori tedeschi ed europei tengono in sospeso l’approvazione di Nord Stream 2. Mentre arriva il freddo in un’Europa a corto di gas. In pieno cambio della guardia a Berlino. Mentre Washington, concentrata sulla Cina, è evasiva su linee rosse in Ucraina. Non abbiamo la minima idea di quali siano le intenzioni del presidente russo. Dimostrare? Dividere? Mettere alla prova? Intimorire? Destabilizzare? Provocare? Invadere?

Putin è maestro tattico nel tenere sulla corda gli avversari. Le circostanze sono favorevoli. Con Omicron, lo spettro della pandemia torna ad aggirarsi. L’Ue paga la mancanza di comune politica sull’asilo, rifugiandosi dietro filo spinato e truppe per fermare l’invasione di qualche migliaio di rifugiati.

Guerra dei pescherecci e sbarchi illegali accendono le gelide acque della Manica, tragica tomba di altre manciate di disperati alla volta delle bianche scogliere di Dover. Le due potenze militari europee, Regno Unito e Francia, sono regredite in un clima di dissidio sgradevole (altro che entente cordiale!) di sapore fine ‘800. La Nato ammonisce, ma è divisa fra allarmisti e attendisti. Gli uni gridano al lupo ad ogni mossa di Mosca, i secondi pretendono che non ci sia alcun lupo. Idem all’interno dell’Ue.

Il rischio ucraino è reale. Che lo dica il Primo Ministro polacco, Mateusz Morawiecki, sarà scontato. Non che lo confermi Angela Merkel, che lo affianca in conferenza stampa. Come sempre, la Cancelliera uscente misura le parole: c’è una “Russian connection” nella crisi migranti perché Putin e Lukashenko “hanno un rapporto molto stretto”. Delle truppe russe al confine col Donbas Putin non vuole parlare e ha rifiutato d’incontrarla un incontro a alto livello in formato Normandia (Russia, Ucraina, Germania, Francia).

È necessaria una forte risposta Ue. Dopo decine di ore di colloquio, in russo e in tedesco, Merkel conosce bene Putin, “nemico inseparabile” con cui è “condannata a dialogare perché non ne può fare a meno”, secondo Paolo Valentino nel bel libro “Età di Merkel” (Marsilio).

Senza drammatizzare, a Washington e Berlino c’è preoccupazione. A Kiev diventa apprensione. Il Presidente ucraino, Volodymir Zelensky, si sarà lasciato prendere mano parlando di trama russa di colpo di Stato. Ma chi non si innervosirebbe con un centinaio di migliaia di truppe e armamenti pesanti che passeggiano intorno al confine? Per Putin, che ha sempre accusato l’Occidente di aver orchestrato Maidan nel 2014 quando la piazza fece cadere il pro-russo Viktor Yanukovich, sarebbe rendere pan per focaccia.

Il Presidente russo gioca con più pedine sullo scacchiere. La dottrina militare russa ha un nome per le manovre con cui trarre in inganno gli avversari: maskirovka. Nel suo arsenale abbondano: la crisi bielorussa creata ad arte dall’amico Lukashenko; la minaccia di secessione della Repubblica Srpska in Bosnia, agitata dall’altro amico, Milorad Dodik; i nidi di vespe della politica interna ucraina; il rubinetto del gas. Le assicurazioni dei portavoce di Mosca si sprecano ma non rassicurano nessuno. Ma dietro la fitta cortina fumogena ci sono le truppe ammassate al confine. Quelle sono reali. Non se ne vanno. Costano all’erario russo. A cosa servono?

L’interpretazione più benevola è la pressione per fare approvare Nord Stream 2 e mettere a tacere gli ucraini che si vedono strangolati dal nuovo gasdotto. Tattica commerciale brutale ma la partita dei gasdotti non è mai andata per il sottile. Di lì si sale a scenari più aggressivi. Logico e razionale, Putin se li tiene aperti. È sempre stato pronto a “testare” gli avversari salvo fermarsi sulla soglia di rottura.

Questo spiega perché oggi non voglia sedersi al tavolo a parlare di Ucraina – questa la spia più inquietante denunciata da Merkel. Lasciando nell’incertezza ucraini e Occidente Putin si tiene libere le mani.

Per distoglierlo dall’alzare il tiro europei e americani devono concertarsi, all’Ue e alla Nato serve avere risposte pronte alle sue mosse. Ma finché ci lasciamo mandare in tilt dalla strumentalizzazione dei migranti, finché i due membri europei del Consiglio di Sicurezza Onu litigano su come pattugliare le coste della Normandia – sperabilmente per risparmiare a futuri innocenti esuli la sorte di Maryam Amin e degli altri sventurati – il gatto russo continuerà a giocare col topo europeo.

È la nostra debolezza politica – non militare – che mette le ali a Vladimir Putin.

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