Altro che Craxi, Mitterand, Schmidt. Il socialismo europeo ha una nuova stella: Giuseppe Conte. Cosa dice davvero della politica italiana (e della corsa al Quirinale) l’apertura del Pd ai transfughi grillini a Bruxelles. Il mosaico di Carlo Fusi

È davvero così importante che gli europarlamentari del M5S (quelli rimasti: la metà è già esodata altrove) entrino a far parte del gruppo S&D del Parlamento europeo e successivamente del Pse? Chi ci guadagna e chi ci perde? E ha fatto bene Carlo Calenda a lasciare i socialisti per andare con i liberali e unirsi a Italia Viva di Matteo Renzi?

Sembrano interrogativi di sapore lunare in Italia, dove il provincialismo regna sovrano e tutta l’attenzione è indirizzata al risiko del Quirinale e al girotondo Mattarella resta, arriva Draghi o un altro/a? Eppure quel che accade tra Strasburgo e Bruxelles assomiglia sempre più a un laboratorio politico i cui risultati sono destinati a incidere nella carne viva degli Stati membri. Anche e soprattutto in vista dei possibili riflessi politici interni. Basta vedere cosa ha significato e significa per il centrodestra la sfrangiata appartenenza a varie famiglie politiche europee; quante divaricazioni produce e quanti interrogativi solleva nell’eventualità in cui quello schieramento dovesse vincere le elezioni e produrre una maggioranza e un governo.

Nel caso del Pd il fenomeno è opposto. Non divaricazione bensì unione. Ed è un passaggio gravido di conseguenze politiche. La questione è di due tipi: uno riguardante gli equilibri nell’Europarlamento e l’altro concernente le conseguenze sul quadro politico italiano.

Per quel che riguarda Strasburgo, con l’ingresso nel gruppo socialista i grillini passerebbero dallo status di non allineati a quello di componenti uno dei gruppi, peraltro rendendolo il più numeroso e la delegazione italiana quella più grande stoppando in tal modo il bello e cattivo tempo che finora hanno fatto gli spagnoli.

Sull’altro piatto della bilancia c’è che nel rivolgimento di cariche da mid-term i Cinquestelle rischierebbero di perdere il loro vicepresidente dell’assemblea. Cosa sui cui il Pd ha fato sapere che altro non può fare se non allargare le braccia. Insomma nel caso in cui arrivassero arrivano (ma il processo è lungo), i grillini da senza casa o, più grevemente, scappati di casa guadagnerebbero un tetto ultra rispettabile dopo aver inutilmente girovagato e bussato a tutte le porte ottenendo dinieghi piuttosto netti. Mentre il Pd si rafforzerebbe acquistando uno spessore continentale da protagonista.

Questi però sono conteggi procedurali e interna corporis poco allettanti per il grosso dell’opinione pubblica italiana. Assai più significativo è il dato politico appunto conseguenza degli esperimenti e delle combinazioni che si vanno elaborando in ambito Ue. È ovvio che se i grillini fanno gruppo con i socialisti per Enrico Letta è un successo che apre prospettive unificanti anche in ambito italiano in vista delle prossime scadenze elettorali.

Non solo. Se l’M5S diventa un alleato e non più solo un ingombrante compagno di viaggio, finisce la maledizione della subalternità che tanto ha zavorrato il Nazareno. Sul fronte opposto, a braccetto con i socialisti europei i Cinquestelle abbandonano la trincea “né di destra né di sinistra” legandosi in modo strutturale a quest’ultima e inoltre definitivamente dismettendo la zimarra anti europeista con la quale avevano fatto ingresso nell’emiciclo continentale.

Tutto bene, dunque? Non proprio. Perché sia nell’uno che nell’altro campo allignano dubbi, perplessità, distinguo. Nel Pd è forte il ricordo della fusione fredda tra ex Dc ed ex Pci che ha dato vita al partito: quel che era il progetto iniziale e ciò ne è risultato. Ripetere l’esperimento, più che esaltare il laboratorio minaccerebbe di trasformarlo in una palestra di apprendisti stregoni. Senza dimenticare l’aspetto contenutistico. Gente come la vicesegretaria Irene Tinagli o Giuliano Pisapia hanno fatto notare che sul piano valoriale generale e su quello più specifico della giustizia i Pentastellati risultano ancora ancorati ad opzioni giustizialiste, come anche recentissimi episodi alla Camera testimoniano. Davvero su può passare un colpo di spugna e cancellare tutto?

Peraltro anche da parte del M5S riserve non mancano. Entrando a far parte del gruppo socialista, oltre a dismettere l’abito ideologico che da sempre lo caratterizza, il MoVimento fa una scelta di campo destinata ad alimentare lo scontro tra l’anima governista e quella d’opposizione. Soprattutto, mette in ambasce Giuseppe Conte, costretto a scegliere. Luigi Di Maio l’ha già fatto, anticipando come suo costume i tempi, con accortezza e furbizia: i gilet gialli sono un ricordo, i socialisti, ancorché europei, vanno benissimo.

Rimane lo sconcerto di chi vedeva e vede nel Pse la casa dei riformisti, di personaggi che hanno fatto la storia del socialismo continentale del calibro di Mitterrand, Craxi, Schmidt, Zapatero. Mettere negli uffici a Strasburgo o Bruxelles accanto ai loro ritratti quelli dell’ex avvocato del popolo e dell’abolitore della povertà appare alla stregua di una bestemmia. Non senza qualche fondamento.

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